La solidarietà politica per la premier e la convocazione dell’ambasciatore dopo l’attacco di Solovyov
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Redazione Interno
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L’ondata di volgarità che ha investito la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, partita direttamente dagli studi televisivi della propaganda moscovita, ha innescato una reazione diplomatica immediata da parte del governo italiano, con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha optato per una convocazione formale dell’ambasciatore russo Paramonov presso la Farnesina. L’atto, reso noto dallo stesso titolare della diplomazia italiana attraverso un post sul suo profilo social, mira a esprimere una protesta ufficiale per le dichiarazioni – definite “gravissime e offensive” – del conduttore Vladimir Solovyov, il quale, nella sua ultima uscita, non si è limitato a critiche politiche ma è sceso in un tritacarne di epiteti personali rivolti alla premier, definendola, tra l’altro, una “cattiva donnuccia”.
Chi è il megafono del Cremlino che ha scelto l’italiano per insultare
Volto storico e inamovibile della rete Russia 1, Vladimir Solovyov rappresenta molto più di un semplice anchor: è considerato a tutti gli effetti il megafono più potente della macchina bellica e propagandistica voluta da Vladimir Putin, tanto da essere stato definito in passato dal Dipartimento di Stato americano come “il più energico propagandista” dello zar. A sessantatré anni, questo giornalista – che indossa spesso in scena giacche con simboli sovietici per rimarcare la sua fedeltà alle radici imperiali – ha trasformato il suo programma in una tribuna quotidiana dalla quale invocare la distruzione delle città ucraine e l’annientamento degli alleati di Kiev, senza mai risparmiare volgarità ai leader europei. Non è un caso, d’altronde, che abbia scelto di apostrofare Meloni in italiano (insulti come “fascista” o “idiota patentata” sono usciti direttamente dalla sua bocca), quasi a voler rendere il disprezzo più intimo e mirato, sfruttando la sua conoscenza del territorio italiano che gli deriva dai trascorsi personali sul lago di Como, dove possedeva ville poi finite sotto sequestro a causa delle sanzioni internazionali.
Una scia di attacchi che parte dal 2022 e arriva fino a Mattarella
L’uscita di Solovyov, per quanto eclatante nella forma, non rappresenta affatto un episodio isolato nel contesto delle relazioni italo-russe: essa si inserisce perfettamente in una lunga scia di provocazioni e ostilità retoriche che Mosca ha intessuto ai danni di Roma a partire dallo scoppio della guerra in Ucraina, quando l’Italia scelse di schierarsi apertamente con Kiev. Prima di colpire la presidente del Consiglio, i riflettori della propaganda del Cremlino erano già stati puntati sulle più alte cariche dello Stato, dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, fino al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quest’ultimo finito nel mirino della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, per aver paragonato l’aggressione russa alle logiche espansionistiche del Terzo Reich. Quella che si consuma oggi è quindi la prosecuzione di una strategia di delegittimazione sistematica, dove il linguaggio volgare – come nel caso del termine “PuttaMeloni” utilizzato dal conduttore – diventa l’arma per tentare di minare la credibilità internazionale di chi sostiene lo sforzo bellico ucraino.
La compattezza politica e la risposta diplomatica alla provocazione
Se l’obiettivo della macchina del fango russa era quello di dividere il fronte politico italiano, l’effetto è stato paradossalmente quello di compattarlo, almeno sulla carta, attorno alla figura della presidente del Consiglio. Le reazioni non si sono fatte attendere lungo tutto l’arco costituzionale: esponenti della maggioranza e dell’opposizione, come il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, hanno espresso senza indugi la loro “solidarietà per le volgari offese”, riconoscendo l’inaccettabilità di un attacco così diretto alla persona fisica del capo del governo. Sul versante istituzionale, la convocazione dell’ambasciatore Paramonov rappresenta il gesto più eclatante: un atto formale di protesta che non lascia spazio a fraintendimenti, attraverso il quale il governo italiano segnala a Mosca che, nonostante la distanza geografica e la fatica diplomatica, certi livelli di scurrilità verbale varcano la soglia di tollerabilità nelle relazioni tra Stati. Tajani, in questo frangente, ha agito come parafulmine istituzionale, trasferendo l’onta dell’insulto personale su un piano giuridico-diplomatico ben più serio.




