Il caso Ghedina e la torcia olimpica: tra esclusi e malumori dietro la fiaccola di Milano-Cortina
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Redazione Sport
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La scelta dei tedofori per il viaggio della fiamma olimpica di Milano-Cortina ha sollevato più di un interrogativo, trasformando quella che dovrebbe essere una celebrazione dello sport in un dibattito sulle priorità dell'evento. A muovere le prime critiche, con una denuncia puntuale e amareggiata, è stato Giorgio D’Urbano, preparatore atletico di fama – noto per aver lavorato con campioni del calibro di Alberto Tomba – il quale ha rivelato di aver compilato regolarmente il modulo di candidatura per portare la torcia, salvo poi vedere preferiti volti noti dello spettacolo. “Ho compilato il form per fare il tedoforo, ma mi hanno escluso. Hanno preferito i vip”, ha affermato D’Urbano, confermando indirettamente una tendenza che pare aver caratterizzato diverse selezioni. La sua testimonianza, che arriva da un professionista che allo sport ha dedicato l’intera carriera, getta una luce cruda su meccanismi che, a detta di molti osservatori, sembrerebbero premiare più la visibilità mediatica che il merito sportivo o il legame con il territorio.
La delusione di un campione
La questione, peraltro, non si è limitata ai tecnici rimasti nell’ombra, ma ha coinvolto anche una delle bandiere dello sci italiano. Kristian Ghedina, discesista originario proprio di Cortina e ancora oggi ricordato come uno degli atleti più vincenti della nazionale azzurra, aveva inizialmente espresso pubblicamente un profondo rammarico per il mancato coinvolgimento da parte degli organizzatori. In varie dichiarazioni alla stampa, l’ex campione aveva sottolineato come nessuno lo avesse contattato per rivestire un ruolo, neppure simbolico, nell’Olimpiade che si svolgerà nella sua stessa valle, lasciando trapelare un senso di amarezza per quello che lui stesso aveva definito un vero e proprio oblio. Una posizione, la sua, che aveva trovato eco anche in alcuni esponenti politici locali, pronti a parlare di “offesa al Veneto”.
Il dietrofront e le scuse
La situazione, tuttavia, ha conosciuto uno sviluppo inatteso quando lo stesso Ghedina ha voluto fare marcia indietro, intervenendo attraverso un’agenzia di stampa per chiarire la propria posizione e placare le polemiche. “Desidero intervenire personalmente per fare chiarezza”, ha dichiarato, “qualora alcune mie recenti dichiarazioni abbiano generato incomprensioni o polemiche non volute”. L’ex atleta ha quindi riconosciuto che alcune affermazioni a lui attribuite non avrebbero restituito in modo fedele i fatti, senza però specificare ulteriormente quali fossero state le inesattezze. Un passo indietro che, se da un lato ha ridimensionato il caso mediatico, dall’altro non ha completamente cancellato le perplessità sollevate dalla prima ondata di malumori.
Un dibattito che rimane aperto
Al di là delle smentite e delle riconciliazioni di facciata, la vicenda ha il merito di aver portato all’attenzione pubblica un tema sensibile, ovvero il rapporto tra l’essenza sportiva dei Giochi e le logiche di immagine che sempre più spesso ne condizionano l’organizzazione. Le parole di D’Urbano, d’altronde, sembrano descrivere un modus operandi diffuso, nel quale la candidatura di un tecnico esperto viene scavalcata da quella di un personaggio famoso, in una dinamica che rischia di sminuire il valore di chi, dietro le quinte o in pista, ha costruito la storia di quelle discipline. Un fenomeno, questo, che non tocca solo le grandi manifestazioni, ma che riflette una trasformazione più ampia nel mondo dello sport, sempre più intrecciato con i meccanismi dello show business e della promozione turistica. La fiaccola olimpica, simbolo di ideali universali, si trova così a illuminare anche queste contraddizioni, mostrando come la selezione dei suoi portatori non sia mai un fatto meramente tecnico, ma una scelta carica di significati e, talvolta, di inevitabili delusioni.




