La flotilla ripunta su Gaza: conto alla rovescia per un nuovo assalto dell’Idf

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Da Marmaris, con un’onda fastidiosa che spinge da ovest e un paio di imbarcazioni già alle prese con guasti tecnici – una di loro ha rotto le sartie, salutando così ogni velleità velica – la Global Sumud Flotilla ha levato l’ancora puntando dritta a sud-est verso Gaza. Sono 450 miglia nautiche da coprire, e il mare, nonostante le difficoltà logistiche e qualche marinaio poco avvezzo al rollio profondo, non ha fermato la carovana. Stavolta il viaggio, che ripropone la liturgia ormai nota delle missioni via mare verso la Striscia, si snoda sotto l’egida di un coordinamento internazionale che ha scelto la Turchia come base di partenza, dopo che precedenti tentativi erano stati intercettati in acque internazionali dalla marina israeliana.

L’assedio, i legali e la definizione di genocidio

Mentre le barche procedono a velocità ridotta – una delle quali ha già mostrato segni di sofferenza strutturale, senza per questo indurre i promotori a invertire la rotta – il team legale della missione ha diffuso una dichiaratoria completa che inquadra giuridicamente l’iniziativa. La definizione è netta: l’assedio prolungato su Gaza, secondo i legali della flotilla, integra gli estremi della punizione collettiva e del genocidio. Nessuna formula ambigua, nessuna concessione retorica. Il documento, reso pubblico proprio mentre le imbarcazioni si allontanavano dalla costa turca, serve anche a chiarire le conseguenze per chiunque tenti di ostacolare il viaggio, ovvero per Israele e per le sue forze di difesa che in passato non hanno esitato a intervenire.

Liturgie performative e politica tra i ponti

A bordo – e sui canali social che accompagnano l’impresa – si ripete il rituale ormai consolidato: dirette Telegram, bandiere sventolate, attivisti in posa sul ponte, posture morali e quel lessico da “missione storica” che i social già rilanciano come se fosse la prima volta. Ma non lo è. La flotilla riparte dopo l’attacco israeliano che aveva fermato la precedente spedizione, e lo fa con la stessa determinazione dichiarata: “Non ci fermeremo”. A Marmaris mancava solo la musica lounge da villaggio vacanze, e per il resto c’era tutto quello che il genere richiede: telecamere pronte, la tensione di chi sa di navigare verso un’area militarmente sorvegliata, e il sottofondo di una crisi umanitaria che nella Striscia non accenna a risolversi.

Le 450 miglia come spazio giuridico conteso

Gli organizzatori denunciano il protrarsi del blocco, descrivendolo come una misura che strangola progressivamente ogni possibilità di accesso agli aiuti. E il viaggio per mare, nella loro strategia, serve proprio a rompere quel cordone: non tanto attraverso il volume delle merci trasportate – spesso simbolico – quanto attraverso la costruzione di un fatto politico mediatico. Le 450 miglia che separano Marmaris da Gaza diventano così uno spazio conteso sul piano legale, diplomatico e narrativo. L’Idf non ha ancora comunicato alcuna intenzione di intervento, ma il conto alla rovescia per un eventuale nuovo assalto è già iniziato, scandito dalle onde e dai post sui canali digitali. La flotilla va dritta per dritta, con le barche danneggiate ma non ancora fuori rotta. E il vento, intanto, continua a spingere da ovest.

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