Ponte Morandi, attesa per la sentenza di primo grado: l'emozione dei parenti davanti al tribunale di Genova
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Redazione Interno
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Una lunga processione di parenti delle 43 vittime ha segnato l’ingresso al palazzo di giustizia di Genova, nella mattinata del 16 luglio, in occasione della lettura della sentenza di primo grado per il crollo del Ponte Morandi.
Dopo otto anni dalla tragedia e un dibattimento che si è snodato in 284 udienze, l’aula magna del tribunale si è riempita di familiari, molti dei quali con indosso magliette che ricordavano i loro cari, in un clima di profonda emozione ma anche di grande dignità, in attesa del verdetto che riguarda i 57 imputati tra ex vertici, manager e tecnici di Autostrade per l’Italia, Spea e del ministero dei Trasporti.
La giornata decisiva per i familiari delle vittime
Per il comitato dei parenti delle vittime, quello di oggi è considerato un giorno storico, il primo traguardo di un percorso giudiziario lungo e doloroso. "È una giornata importantissima perché avremo il primo verdetto", ha dichiarato ai microfoni del Radiogiornale della RSI Egle Possetti, presidente del Comitato, che nel crollo ha perso la sorella, il cognato e i due nipoti. "È inutile nasconderlo, ci aspettiamo delle condanne. comunque la sentenza di primo grado è già un’indicazione molto forte all’interno del procedimento", ha aggiunto Possetti, esprimendo la speranza che la verità processuale possa finalmente riconoscere le responsabilità per le mancate manutenzioni e l'incuria che, secondo l'accusa, hanno caratterizzato la gestione del viadotto.
Tra i presenti, il dolore si mescolava alla speranza di giustizia. Giovanna Donato, visibilmente commossa, ha raccontato la difficoltà di dover ancora spiegare a suo figlio, dopo dieci anni, l'assenza del padre, mentre Antonio Cecala indossava una maglietta con le foto del fratello, della nipote e della cognata, portando idealmente con sé i suoi cari in questo momento cruciale.
Le parole dei familiari hanno sottolineato il peso di un'attesa infinita e la stanchezza di un percorso costellato da ostacoli e tentativi di "creare una nebbia" intorno alla vicenda, come ha ricordato la stessa Possetti.
Le richieste della Procura e il maxi-processo
Il processo, che ha preso il via il 7 luglio 2022, è uno dei più imponenti della storia giudiziaria italiana, con un'impressionante mole di documentazione che include oltre 12 terabyte di dati, 332 faldoni cartacei e migliaia di pagine di verbali. La Procura di Genova, rappresentata dai pm Walter Cotugno e Marco Airoldi, ha chiesto complessivamente quasi 400 anni di carcere per 56 dei 58 imputati (alcune fonti indicano 57 imputati, altre 58 ), con una richiesta di assoluzione per un'altra posizione.
La pena più alta, 18 anni e 6 mesi di reclusione, è stata richiesta per l'ex amministratore delegato di Autostrade per l'Italia, Giovanni Castellucci, attualmente detenuto nel carcere di Opera per la condanna definitiva relativa alla strage del bus di Avellino.
Oltre a Castellucci, le richieste di condanna sono pesanti per molti degli imputati, con pene che variano dai 15 anni e 6 mesi per l'ex responsabile delle manutenzioni Michele Donferri Mitelli, fino a pene inferiori per altre posizioni tecniche e dirigenziali. Le accuse, a vario titolo, includono omicidio colposo plurimo, crollo colposo, omissione d'atti d'ufficio e falso, e si fondano sulla tesi che per anni si sia sistematicamente risparmiato sulla sicurezza e sulle manutenzioni per massimizzare i profitti, ignorando i segnali di degrado del viadotto.
Le scuse dell'azienda alla vigilia del verdetto
Alla vigilia della sentenza, Autostrade per l'Italia ha rotto un silenzio durato otto anni, pubblicando una lettera aperta firmata dall'amministratore delegato Arrigo Giana, in carica da aprile 2025, per chiedere scusa ai familiari delle vittime, ai genovesi e a tutti gli italiani.
"Le azioni e le scelte di alcuni hanno lasciato ferite indelebili, quindi porgere oggi quelle scuse non fatte ieri è una nostra esigenza morale che va al di là dell'accertamento delle responsabilità e del corso della Giustizia verso la verità", ha scritto Giana, sottolineando come l'azienda di oggi sia profondamente diversa da quella del 2018, con un nuovo corso sotto il controllo dello Stato e un impegno rinnovato per la sicurezza e la prevenzione.
La mossa dell'azienda, tuttavia, è stata accolta con scetticismo e durezza dal comitato dei parenti. Egle Possetti ha definito "sbigottiti" i familiari, definendo il tempismo delle scuse "assurdo" e "inopportuno". "Le scuse dovevano essere fatte a suo tempo, ma nessuno le fece", ha ribadito Possetti, aggiungendo che le parole non bastano e che occorrono invece "fatti conseguenti", come un piano dettagliato e trasparente per la prevenzione e la sicurezza delle infrastrutture.
Il presidente del comitato ha poi invitato l'azienda a una comunicazione più efficace e a un impegno concreto, dimostrando che gli attuali piani di rinnovamento siano realmente proficui per evitare che tragedie simili possano ripetersi.




