The whale, il film di Aronofsky con Brendan Fraser: il significato del finale

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La messa in onda in prima serata su Rai 3 di The Whale, il film diretto da Darren Aronofsky che valse a Brendan Fraser l'Oscar come miglior attore protagonista nel 2023, ha riportato l'attenzione del pubblico su una pellicola capace di dividere la critica quanto di commuovere lo spettatore. Al di là della performance fisica e struggente di Fraser, che interpreta Charlie, un insegnante di scrittura recluso in casa a causa di un' obesità grave che lo ha portato a pesare oltre duecentosettanta chili, è il finale della pellicola a sollecitare una riflessione più approfondita. La scena conclusiva, infatti, si sottrae a una lettura univoca, giocando su più piani narrativi che mescolano realismo e suggestione onirica, elementi questi ultimi che rappresentano una cifra stilistica ricorrente nel cinema del regista newyorkese, si pensi a pellicole come Requiem for a Dream o Madre!.

Nel corso della narrazione, che si svolge quasi interamente nell'appartamento sporco e angusto del protagonista, Charlie manifesta un unico, disperato desiderio prima che il suo cuore, ormai in sofferenza per una insufficienza cardiaca congestizia, smetta definitivamente di funzionare: riconciliarsi con la figlia Ellie, interpretata da Sadie Sink, un'adolescente rabbiosa e disillusa che lui ha abbandonato anni prima quando scelse di lasciare la famiglia per vivere la sua omosessualità accanto al compagno, la cui successiva morte lo ha precipitato in uno stato di autocommiserazione e in un disturbo alimentare incontrollato. La ragazza, ferita e cinica, non fa mistero del disprezzo che prova per il padre, ma accetta di trascorrere del tempo con lui solo perché costretta o per trarne un tornaconto personale.

Un'ascensione carica di simbolismo

Il momento culminante del film vede Charlie chiedere a Ellie di leggere ad alta voce un vecchio tema scolastico che lei scrisse da bambina, una recensione del romanzo Moby Dick che lui ha sempre considerato un esempio di scrittura pura e assolutamente onesta. Mentre la figlia legge quelle parole, che parlano della tragedia insita nell'esistenza e della necessità di accettarla, Charlie compie uno sforzo sovrumano: aggrappandosi a un deambulatore, tenta di alzarsi in piedi, lui che da anni non cammina più, per raggiungerla. È in questo fr frangente che la regia abbandona il crudo realismo che aveva caratterizzato le precedenti due ore: il di Charlie, mentre Ellie pronuncia l'ultima frase del suo tema, sembra liberarsi dalla sua prigione di carne. Una luce intensa avvolge la scena e il protagonista, in una sorta di levitazione, si solleva verso l'alto, ritrovandosi infine in un ricordo luminoso su una spiaggia, con la figlia bambina che gioca alle sue spalle.

L'interpretazione di questa sequenza, come spiegò lo stesso Brendan Fraser in un'intervista rilasciata all'epoca dell'uscita cinematografica, è volutamente ambigua e si presta a differenti livelli di lettura. Da un lato, la morte fisica di Charlie appare inequivocabile: il suo cuore non regge quello sforzo estremo e lui muore mentre la figlia legge. Tuttavia, Aronofsky non mostra il trapasso come un evento tragico, bensì come un momento di liberazione e di catarsi. L'ascensione finale, con quella luce abbacinante, può essere intesa in senso letterale come una rappresentazione figurata dell'anima che si stacca dal e ascende al cielo, una redenzione spirituale conquistata attraverso l'atto d'amore supremo e incondizionato nei confronti della figlia.

La centralità del saggio su Moby Dick

Per comprendere appieno il senso di quel gesto finale e del conseguente distacco, è essenziale soffermarsi sul contenuto del tema di Ellie, un espediente narrativo che Samuel D. Hunter, autore del testo teatrale da cui il film è tratto, utilizza come chiave di volta dell'intera opera. Nel suo elaborato, la bambina scriveva che leggere Moby Dick l'aveva resa triste, ma che proprio attraverso quella tristezza aveva imparato qualcosa di fondamentale: che gli esseri umani sono incapaci di non sentirsi soli, eppure è solo attraversando la solitudine e la disperazione che si può davvero apprezzare la vita. La frase conclusiva, “e mi sono sentita felice”, pronunciata da Ellie ormai adolescente mentre il padre spira, non rappresenta una semplice nota a piè di pagina, ma il compimento del percorso del protagonista. Charlie, in fin dei conti, non cerca la sopravvivenza fisica, che sa essere impossibile, ma la certezza che la figlia abbia compreso la sua lezione più importante: che si può essere onesti e autentici anche di fronte all'immensità schiacciante del dolore.

Non è un caso che il film si intitoli The Whale, in riferimento al celebre capodoglio di Melville, e il parallelo con il romanzo è costante. Come il capitano Achab, Charlie è ossessionato e distrutto dalla sua personale balena bianca, che nel suo caso è il lutto, il senso di colpa e il cibo usato come anestetico. Ma, a differenza del capitano, Charlie trova una forma di riscatto non nella vendetta, ma nell'abbandono. Il suo obeso, la sua "balena", diventa il mezzo attraverso il quale, paradossalmente, riesce a esprimere l'unica verità che conta, dimostrando a Ellie che per lei era disposto a compiere l'impossibile, ovvero alzarsi e camminare, un atto che richiama la figura di un martire o, in chiave laica, di un uomo che finalmente si riappropria della propria dignità morente. La luce finale, dunque, non è solo un artificio tecnico per suggerire l'aldilà, ma la rappresentazione visiva della liberazione dalla zavorra fisica e psicologica che lo ha imprigionato per anni.

Il confronto inevitabile con la figlia

Prima di giungere a quella conclusione onirica, il film costruisce con cura il rapporto conflittuale tra Charlie ed Ellie, un legame che passa attraverso prove di umiliazione e sfide. In una scena centrale, la ragazza, ancora desiderosa di infliggergli dolore per l'abbandono subito, lo sfida a camminare, ben sapendo che non può farlo. Charlie accetta quell'umiliazione senza reagire, riconoscendo implicitamente i suoi torti e la legittimità della rabbia di lei. Questo passaggio è cruciale perché prepara il terreno alla scena madre: quando lui si alza, non lo fa per vincere una sfida, ma per rispondere a un bisogno più profondo, quello di essere presente per lei nell'unico modo che gli è rimasto. Ellie, da parte sua, pur mantenendo un atteggiamento apparentemente distaccato, partecipa a quel rito leggendo il tema, e la sua voce accompagna il padre verso l'uscita di scena.

L'abilità di Aronofsky, in questo contesto, è stata quella di evitare un pietismo di maniera, concentrando invece la macchina da presa sui volti, sulle espressioni e sulla fisicità opprimente di Charlie, resa ancor più credibile dal lavoro di trucco che valse al film la seconda statuetta agli Oscar. Non ci si trova di fronte a un semplice melodramma sulla riconciliazione familiare, ma a una riflessione più aspra e complessa sulla possibilità di trovare un barlume di bellezza e autenticità anche in una situazione apparentemente priva di speranza. Il fatto che Charlie muoia proprio nel momento in cui riesce a stabilire una connessione autentica con la figlia non rende il finale meno positivo nella visione del regista e dell'attore: è il coronamento di un percorso di espiazione, il raggiungimento di quella pace che sulla terra, imprigionato in un che lo aveva tradito e in una depressione senza via d'uscita, non avrebbe mai potuto trovare.

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