Rental Family - Nelle vite degli altri, la recensione: Brendan Fraser e quel bisogno universale di connessione

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nelle prime sequenze di Rental Family – Nelle vite degli altri, in cui il personaggio interpretato da Brendan Fraser osserva le finestre illuminate del palazzo di fronte, immaginando la vita che scorre in quelle stanze come se fosse uno spettacolo a cui lui, purtroppo, non ha il biglietto d’ingresso -6. È una metafora potente, quasi didascalica nella sua semplicità, che introduce immediatamente lo spettatore nel cuore pulsante di un racconto capace di attraversare il globo – da Tokyo alle sale italiane dove il film è arrivato da pochi giorni – per parlare di qualcosa di universale: la solitudine in un’epoca che definire iperconnessa è quasi un paradosso -3. La regista Hikari, già nota per il suo sguardo attento alle dinamiche umane più intime, confeziona un’opera che sfugge alle facili etichette del “film buonista”, termine spesso abusato e svuotato di significato, per restituirgli invece una profondità inaspettata -1.

Un gaijin a Tokyo tra crisi professionale e affetti a noleggio

Il protagonista, Phillip Vandarploeug, è un attore americano precipitato nel dimenticatoio dopo un picco di popolarità dovuto a uno spot pubblicitario in cui interpretava un improbabile tubetto di dentifricio -4. Un ruolo grottesco, certo, ma che in Giappone gli aveva garantito una notorietà tale da convincerlo a restare. Ora, a otto anni di distanza da quel momento di gloria, Phillip si ritrova a vagare per la metropoli nipponica alla disperata ricerca di un ingaggio, qualsiasi cosa pur di sbarcare il lunario, finché non incappa in un’agenzia che offre un servizio quanto meno singolare: quella delle “famiglie a noleggio” -8. L’incontro con Shinji, interpretato da Takehiro Hira, lo introduce in un mondo parallelo dove attori professionisti vengono pagati per colmare i vuoti affettivi di clienti soli, impersonando ruoli specifici nelle loro vite: un padre assente, un amico immaginario, un conoscente per un funerale che di reale ha solo il bisogno di elaborare un lutto -5.

L’idea, per quanto possa sembrare bizzarra all’occhio occidentale, affonda le radici in un fenomeno sociale ben radicato in Giappone, dove esistono centinaia di agenzie di questo tipo e dove lo stigma verso il disagio psicologico rende talvolta più accettabile rivolgersi a un professionista della finzione piuttosto che a uno della salute mentale -3. Hikari, con sensibilità, non si limita a descrivere questo meccanismo, ma lo abita, seguendo Phillip nelle sue prime, goffe performance. Si passa così dal finto funerale in cui il “morto” si alza dalla bara, alla richiesta di fingersi il padre straniero di una dolcissima bambina di nome Mia (Shannon Mahina Gorman), figlia di una madre single che necessita di una figura paterna per garantire alla piccola l’accesso a una scuola prestigiosa -1.

L’empatia come atto rivoluzionario e i confini labili tra realtà e interpretazione

Man mano che le missioni si susseguono, il copione inizia a sgretolarsi. L’incontro con Kikuo Hasegawa, un anziano attore in pensione con la memoria vacillante, per il quale Phillip deve spacciarsi per un giornalista intento a scrivere la sua biografia, diventa il crogiolo emotivo del film -5. È qui che la distanza tra interprete e ruolo si assottiglia fino quasi a scomparire: Fraser, con la sua mimica facciale e quella ratura imponente che ha sempre saputo rendere veicolo di tenerezza, regala al personaggio una dolcezza malinconica che trascende la scrittura. La regista, dal canto suo, evita abilmente la trappola del sentimentalismo melenso, frenando la narrazione prima che questa possa scivolare nello zuccheroso e mantenendo un equilibrio elegante tra commedia degli equivoci e dramma esistenziale -1.

Quel che emerge con chiarezza è la riflessione sulla natura stessa della recitazione e su come, a volte, indossare una maschera possa paradossalmente avvicinare alla propria verità. Phillip, che all’inizio si sente a disagio nel “mentire” ai suoi ignari clienti, scopre che l’autenticità non risiede necessariamente nei fatti, ma nell’intenzione: si può essere falsi con i sentimenti veri, così come si può essere sinceri all’interno di una finzione -6. La pellicola, sostenuta da una fotografia che trasforma Tokyo in un fondale notturno scintillante ma al contempo intimo, intesse le sue storie con la leggerezza di chi sa di camminare sul filo del rasoio, ma lo fa con passo sicuro -10.

Il cast, che annovera anche Mari Yamamoto e Akira Emoto, forma un ensemble coeso attorno al premio Oscar, creando un tessuto narrativo in cui l’inglese e il giapponese si mescolano naturalmente, proprio come si mescolano le vite di questi personaggi alla deriva che trovano un porto temporaneo l’uno nelle braccia dell’altro -2. Non c’è spazio per eroismi o per facili catarsi: Rental Family si accontenta di osservare, con discrezione, come a volte il bisogno di essere ascoltati possa trasformarsi in una professione e come, in fondo, la gentilezza possa rivelarsi l’unica forma di ribellione concessa in una società che sembra aver dimenticato il valore di uno sguardo sincero -3.

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