“Rental family”, la commedia con Brendan Fraser che esplora il fenomeno giapponese delle famiglie a noleggio

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Dietro il Titolo, volutamente ambiguo, di Rental Family - Nelle vite degli altri si cela una produzione che porta la firma della regista nipponica Hikari, la quale, dopo aver presentato l’opera al Toronto International Film Festival e alla Festa del Cinema di Roma, la propone ora al pubblico italiano. Il film, distribuito da The Walt Disney Company Italia, arriva nelle nostre sale a partire dal 19 febbraio e vede nel ruolo di protagonista Brendan Fraser, premio Oscar per The Whale, tornare sul grande schermo con un personaggio lontano anni luce dai ruoli d’azione che lo resero celebre. La pellicola, una co-produzione tra Giappone e Stati Uniti della durata di circa centodieci minuti, si inserisce nel filone della commedia drammatica e offre uno spaccato di vita nipponica attraverso gli occhi di uno straniero -1-5.

La trama, tra finzione scenica e solitudine metropolitana

La vicenda è incentrata sulla figura di Phillip, un attore americano interpretato da Fraser, il quale da otto anni vive a Tokyo dove, dopo un passato da comparsa in una pubblicità di dentifricio diventata involontariamente di culto, si trova ora alla deriva, senza ingaggi e con pochi soldi in tasca. È la sua disperazione a condurlo, quasi per caso, all’interno di una singolare agenzia giapponese, quella delle “famiglie in affitto”, un fenomeno sociale ben radicato in Oriente ma pressoché sconosciuto in Italia. L’incontro con Shinji, il responsabile della ditta interpretato da Takehiro Hira, segna per Phillip l’inizio di una nuova, quanto bizzarra, carriera: dovrà impersonare di volta in volta il padre assente di una bambina sino-americana, oppure fingere di essere il compagno di giochi per un giovane recluso in casa, o ancora trasformarsi nell’amico fedele di un attore anziano che sta perdendo la memoria. Ogni incarico, apparentemente surreale, lo trascina in mondi nei quali il confine tra la parte recitata e il sentimento autentico inizia a farsi labile, portandolo a riscoprire, suo malgrado, il valore dell’empatia e del legame con l’altro -1-7.

L’esperienza personale della regista Hikari come specchio della pellicola

La regista, che ha voluto essere chiamata con il solo nome Hikari in maiuscolo, ha dichiarato in più interviste di essersi ispirata alla propria esperienza biografica per delineare i contorni del protagonista, compiendo una sorta di inversione speculare del suo vissuto. Se lei, da Osaka, si trasferì in adolescenza nello Utah, vivendo sulla propria pelle la solitudine e la sensazione di essere l’unica diversa in una stanza, Phillip compie il percorso opposto, abbandonando una sperduta zona rurale del Minnesota per gettarsi nel caos ordinato della metropoli giapponese -3. Durante le riprese, Hikari ha chiesto a Fraser di immergersi completamente nella cultura locale, suggerendogli di percorrere la città in treno, di mangiare cibo di strada e di acquistare un tipico sandwich al tamago in un konbini, quei minimarket aperti ventiquattr’ore che rappresentano un vero e proprio rito quotidiano per i giapponesi; e Fraser, che del resto aveva già visitato il Giappone in precedenza passando peraltro inosservato con un cappello in testa, ha seguito quei consigli con entusiasmo, cercando di assorbire l’atmosfera di un Paese che rispetta le regole e dove la vita privata della gente, come ha raccontato la regista, non si lascia certo fermare da una troupe cinematografica -3.

Il cast di supporto e la genesi del progetto

Accanto a Fraser, il cast vanta nomi di rilievo del panorama recitativo giapponese e internazionale. Troviamo infatti Mari Yamamoto, Akira Emoto, Shannon Mahina Gorman e lo stesso Takehiro Hira, che con la loro presenza contribuiscono a creare quel contrasto culturale che è alla base della narrazione. Il progetto, come si apprende dalle note di produzione, è in sviluppo dal 2019, ma solo nel 2023 la scelta è caduta su Brendan Fraser per il ruolo principale; le riprese, durate circa due mesi, sono iniziate il 12 marzo del 2024 e si sono svolte interamente in Giappone, in un alternarsi di location metropolitane e paesaggi più raccolti, come l’isola di Amakusa, scelta per la scena clou del ritorno alle origini del vecchio attore -1-3. Il riconoscimento da parte del National Board of Review, che ha inserito Rental Family nella lista dei dieci migliori film dell’anno, testimonia inoltre l’apprezzamento critico ottenuto oltreoceano -1.

Un fenomeno sociale giapponese diventa spunto cinematografico

L’intera pellicola poggia su un presupposto narrativo che affonda le radici in una consuetudine tutta giapponese, quella delle agenzie che offrono attori a noleggio per colmare vuoti affettivi o per far fronte a pressioni sociali, come nel caso della madre single che necessita di una figura paterna per far superare alla figlia un colloquio in una scuola privata. Hikari, che per documentarsi ha intervistato sia i clienti che i “noleggiati”, ha scoperto storie di profonda solitudine ma anche richiesta più semplici, quasi banali, come quella di chi desidera soltanto un compagno per andare al cinema, non avendo amici disposti ad accompagnarlo -8. La macchina da presa osserva queste “piccole vite” che si incrociano, e lo fa con uno sguardo che, pur mostrando la desolazione di certe esistenze, non si abbandona mai al cinismo, cercando anzi di restituire la complessità di un bisogno umano universale, che travalica i confini geografici e parla a chiunque abbia sperimentato la distanza e il desiderio di vicinanza -7.

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