Addio al car sharing, il modello che non ha retto i conti
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Redazione Economia
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Prendere un’auto su prenotazione e parcheggiarla ovunque, evitando i costi fissi di possesso, costituiva, dal punto di vista dell’utente, una formula di mobilità pressoché perfetta. Quel che appariva geniale nella concezione, però, si è rivelato insostenibile nella gestione economica per le aziende che vi hanno investito, le quali si trovano oggi a fare i conti con bilanci cronicamente in rosso. Le recenti notizie, che vedono Zity abbandonare Milano e Enjoy modificare radicalmente le sue condizioni, abolendo il parcheggio libero, non rappresentano episodi isolati ma il sintomo più evidente di una crisi strutturale. Un sistema, quello della condivisione estemporanea delle automobili, che non ha mai generato i ritorni finanziari sperati, nonostante le premesse ottimistiche di un decennio fa.
Il declino numerico di un settore in affanno
Se nel lontano 2019 si toccò l’apice con dieci milioni di noleggi, le cifre successive mostrano un costante e preoccupante declino: i dati, che si erano già dimezzati nel 2023, sono ulteriormente calati a poco più di 4,2 milioni lo scorso anno. Un arretramento che segnala, al di là delle fluttuazioni congiunturali, una difficoltà di fondo nel rendere appetibile e soprattutto remunerativo il servizio su larga scala. Ciò che sembrava la soluzione ideale per decongestionare il traffico cittadino, accolta con favore da amministrazioni e residenti, si è scontrata con una realtà fatta di costi operativi elevati e di una domanda forse più volatile del previsto.
Le strategie aziendali e il confronto con altri modelli
La ritirata di Zity, che nel comunicare ai clienti la fine del servizio ha apertamente dichiarato l’insufficiente redditività del car sharing, è solo uno dei tasselli di un mosaico più ampio. Anche Enjoy, di proprietà di Eni, ha avviato una profonda revisione del proprio modello, mentre persistenti indiscrezioni di mercato hanno accennato a una possibile cessione di Free2move da parte di Stellantis. Dinamiche queste che evidenziano come il settore non stia vivendo, al momento, una fase espansiva. La visione futuristica dell’auto come bene elettrico, connesso e soprattutto condiviso, sembra dunque aver perso un suo cardine fondamentale, mentre la transizione verso la propulsione a batteria procede a fatica e la connettività di bordo, sebbene in avanzamento, fatica a diffondersi in modo omogeneo a causa di un parco veicolare obsoleto e di infrastrutture non sempre all’altezza.
Le implicazioni per il futuro della mobilità urbana
Il rallentamento di questo comparto impone una riflessione su quali possano essere, al di là delle mode del momento, i modelli di mobilità realmente sostenibili non solo per l’ambiente ma anche per chi li gestisce. La crisi del car sharing, del resto, si inserisce in un quadro più generale di ripensamento della cosiddetta “sharing economy” applicata ai trasporti, dove anche altri servizi hanno mostrato criticità. Senza trarre conclusioni affrettate, è evidente che la strada per conciliare esigenze dei cittadini, obiettivi di vivibilità urbana e sostenibilità finanziaria per gli operatori sia ancora lunga e accidentata, richiedendo soluzioni più articolate di quanto inizialmente ipotizzato.




