Terremoto nel Tirreno meridionale, scossa di magnitudo 4.7 avvertita lungo la costa vibonese

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una forte scossa di terremoto di magnitudo 4.7 è stata registrata nel Mar Tirreno meridionale alle 19:28 di sabato 13 giugno, un evento che ha subito catalizzato l’attenzione dei residenti dell’area costiera calabrese. Secondo i dati diffusi dall’Ingv, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, il sisma – localizzato al largo di Tropea – ha avuto un ipocentro eccezionalmente profondo, pari a 214 chilometri, una caratteristica che ne ha determinato la percezione in superficie senza peraltro generare conseguenze strutturali.

La scossa, pur essendo stata avvertita distintamente lungo la fascia del Vibonese e in parte della Sicilia nord-orientale, non ha provocato danni a edifici o persone, anche grazie alla notevole distanza dall’epicentro che si è rivelata un fattore determinante nella dissipazione dell’energia tellurica.

Un doppio evento sismico a distanza di pochi minuti

Pochi istanti prima, alle 19:25, un altro movimento tellurico aveva già interessato il versante opposto della regione: una scossa di magnitudo 3.1 è stata localizzata nel Mar Ionio Settentrionale, al largo della costa crotonese, a una profondità di soli 10 chilometri. Quest’ultima, proprio a causa della sua superficialità, è stata avvertita in maniera netta nella zona di Crotone, sebbene anche in quel caso non si siano registrate conseguenze rilevanti.

La vicinanza temporale dei due episodi – separati da appena tre minuti – ha generato un comprensibile stato di apprensione tra la popolazione, abituata a convivere con una sismicità frequente ma non per questo meno temuta. Tuttavia, gli strumenti di monitoraggio della Rete Sismica Nazionale hanno confermato la natura distinta dei due fenomeni, localizzati su contesti geologici differenti e senza alcuna relazione causale diretta tra loro.

La geologia profonda del Tirreno: il fenomeno della subduzione

I terremoti profondi come quello di magnitudo 4.7 di sabato sono una peculiarità dell’area del Tirreno meridionale, legati a un processo geologico noto come subduzione della litosfera ionica sotto l’arco calabro. In pratica, un’antica porzione di crosta oceanica – ciò che resta del mare Ionio primordiale – sprofonda lentamente nel mantello terrestre, generando tensioni che si liberano improvvisamente sotto forma di scosse anche a diversi chilometri di profondità.

Questo meccanismo, simile a quello che caratterizza i margini continentali più attivi del pianeta, spiega perché eventi di magnitudo significativa possano verificarsi a quote ipocentrali così elevate senza però tradursi in effetti distruttivi sulla superficie: l’energia, nel suo lungo percorso di risalita, viene progressivamente assorbita dagli strati rocciosi sovrastanti. Non a caso, la scossa del 13 giugno arriva a poco più di dieci giorni di distanza da un altro rilevante episodio sismico – un terremoto di magnitudo 6.

1 avvenuto il 2 giugno al largo di Amantea, con ipocentro a 250 chilometri – che aveva già richiamato l’attenzione sulla complessa dinamica tettonica della regione.

Percezione e monitoraggio: una scossa "profondamente" diversa

Nonostante la magnitudo non trascurabile, la scossa di sabato è stata percepita dalla popolazione come un movimento prevalentemente ampio e ondeggiante, piuttosto che come un sussulto brusco e violento: una firma caratteristica, questa, dei terremoti profondi, le cui onde sismiche – viaggiando per centinaia di chilometri – tendono a perdere le componenti ad alta frequenza, quelle potenzialmente più dannose per le costruzioni.

I dati strumentali dell’Ingv hanno registrato un picco di accelerazione al suolo particolarmente contenuto (0,007 g), un valore che spiega perché l’evento sia stato avvertito soprattutto ai piani alti degli edifici e non abbia provocato alcuna evacuazione o allarme strutturato.

Le autorità di protezione civile, pur mantenendo naturalmente alta la soglia di attenzione su un territorio tra i più esposti d’Italia, non hanno dovuto attivare procedure di emergenza, limitandosi a un monitoraggio costante dell’evoluzione della situazione insieme ai centri di ricerca competenti.

L’area in questione, cerniera geologica tra il Tirreno e lo Ionio, rimane sotto l’osservazione continua della comunità scientifica, che proprio attraverso eventi come questo riesce a ricostruire la “radiografia” del sottosuolo e la geometria della lastra che sprofonda nel mantello.

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