Epatite a Napoli, i consigli del virologo: «Cottura in pentola a pressione, attenzione ai frutti di bosco»

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L’ospedale Cotugno di Napoli, storica eccellenza nella lotta alle malattie infettive, si trova in queste ore a fronteggiare un’impennata di ricoveri che ha dell’insolito, considerato il periodo. Sono infatti oltre centocinquanta i pazienti attualmente ricoverati nei nosocomi campani a causa dell’epatite A, un numero che secondo i dati diffusi dall’Asl Napoli 1 Centro rappresenta un incremento di dieci volte rispetto alla media degli ultimi dieci anni, e addirittura quarantuno volte superiore alla media dell’ultimo triennio. Una situazione, quella delineata dalle autorità sanitarie, che ha spinto il sindaco Gaetano Manfredi a firmare un’ordinanza urgente con cui vieta la somministrazione di frutti di mare crudi in tutti gli esercizi pubblici, con multe che possono arrivare fino a ventimila euro per i trasgressori. Il provvedimento, va detto, arriva dopo settimane di allarme e mira a interrompere quella che sembra essere la principale catena del contagio: il consumo di molluschi bivalvi crudi o poco cotti, un’abitudine particolarmente radicata nel periodo natalizio appena trascorso.

Alessandro Perrella, che dirige l’unità di Malattie infettive emergenti ad alta contagiosità del Cotugno, prova a fare chiarezza su cosa stia accadendo e, soprattutto, su come ci si possa difendere. L’aumento dei casi osservato nelle ultime settimane, spiega l’infettivologo, non è un fenomeno isolato ma si inserisce in una tendenza epidemiologica già in crescita da alcuni anni a livello nazionale ed europeo, in tutto il bacino del Mediterraneo. Il virus, però, ha trovato terreno fertile nelle abitudini alimentari locali, in particolare nella diffusione di partite di molluschi provenienti da alcune aree di allevamento – come quelle flegree – dove i controlli dell’Istituto Zooprofilattico hanno effettivamente riscontrato tracce del virus HAV. A rendere più insidiosa la dinamica, sottolineano gli esperti della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, è la possibilità di una trasmissione secondaria: dopo il contagio iniziale legato al cibo, il virus può infatti continuare a circolare attraverso il contatto interumano, data l’alta carica virale presente già una settimana prima della comparsa dei sintomi.

La cottura che uccide il virus e gli errori da non fare in cucina

L’indicazione principale che arriva dagli specialisti, quindi, è quella di prestare la massima attenzione alla manipolazione e alla cottura degli alimenti, sfatando una volta per tutte alcuni luoghi comuni culinari potenzialmente pericolosi. Per quanto riguarda cozze, vongole e ostriche, il rischio maggiore è legato al consumo di quelle che vengono definite “appena scottate” o tiepide: la credenza che il mollusco sia sicuro nel momento in cui le valve si aprono è del tutto infondata. Il virologo Massimo Ciccozzi ha spiegato che la cottura per uccidere il virus deve essere uniforme e prolungata; la pentola a pressione, in tal senso, rappresenta un valido alleato perché consente di raggiungere temperature superiori ai 100 gradi in modo costante. Un altro errore diffuso, che riguarda soprattutto la pratica tradizionale di “rinfrescare” i molluschi con acqua di mare prima di servirli, rischia di vanificare qualsiasi trattamento termico precedente.

Ma l’attenzione non può limitarsi al pesce. L’epatite A si trasmette per via feco-orale, e questo significa che anche frutta, verdura e – in particolare – i frutti di bosco possono diventare veicoli di infezione se non vengono gestiti correttamente. I frutti di bosco surgelati, spiega la Regione Campania riprendendo le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità, non vanno mai consumati crudi, nemmeno per guarnire uno yogurt o un semifreddo. Devono essere portati a ebollizione a 100 gradi per almeno due minuti, un passaggio che ne garantisce la sicurezza. Per quelli freschi, invece, è indispensabile un lavaggio accurato sotto acqua corrente potabile subito prima del consumo.

L’igiene delle mani come prima barriera contro il contagio feco-orale

Oltre alla corretta preparazione dei cibi, gli esperti del Cotugno e delle Asl campane ribadiscono con forza l’importanza di una pratica tanto semplice quanto spesso sottovalutata: il lavaggio delle mani. Non si tratta di un gesto rituale, ma di un’azione precisa che deve durare almeno venti secondi utilizzando acqua e sapone. Questo accorgimento va applicato rigorosamente prima di cucinare o mangiare, dopo essere andati in bagno, dopo aver cambiato un pannolino e, naturalmente, dopo aver assistito una persona malata. Nella prevenzione quotidiana, inoltre, è fondamentale separare gli alimenti crudi da quelli cotti, utilizzando taglieri e utensili diversi per evitare la cosiddetta contaminazione crociata. I piani di lavoro, i coltelli e i lavelli devono essere sanificati dopo aver manipolato pesce o carni crude. Un’altra raccomandazione cruciale riguarda l’acqua: va utilizzata solo quella di provenienza certa, evitando di bere o preparare ghiaccio con acqua di pozzo o di dubbia salubrità.

Il ruolo della vaccinazione e il profilo dei pazienti più colpiti

La vaccinazione anti-epatite A rimane, secondo gli infettivologi, lo strumento più potente a disposizione. Sebbene in Italia non sia obbligatoria, viene raccomandata per specifiche categorie a rischio, come i contatti stretti dei malati, gli operatori sanitari e i cuochi. Novella Carannante, infettivologa del Cotugno, ha osservato come in questi giorni i pazienti ricoverati abbiano un’età media compresa tra i 35 e i 45 anni – un dato insolito che segnala come l’infezione stia colpendo in forma severa proprio la fascia adulta, talvolta richiedendo il ricovero per quadri clinici complicati da transaminasi altissime. In alcuni casi, come quello di un uomo di 46 anni attualmente seguito al Cardarelli, l’epatite A si è associata a una severa insufficienza epatica. Per chi fosse stato esposto al rischio, la tempestività è decisiva: la vaccinazione post-esposizione, se somministrata precocemente, può ancora essere efficace. Chiunque accusi sintomi come nausea persistente, forte stanchezza, urine scure o ittero deve contattare subito il proprio medico curante o i Servizi di Prevenzione dell’Asl.

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