La guerra scambiata per pace

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   In principio fu la pace giusta, un ideale che, secondo molti a Bruxelles, rappresentava l’unica via per porre fine ai conflitti. Senza di essa, si diceva, non ci sarebbe stata alternativa se non continuare a combattere. Ma c’era un problema, un dettaglio non trascurabile: gli Stati membri dell’Unione Europea, incapaci persino di accordarsi su quale combustibile utilizzare per le proprie automobili, si trovavano di fronte a una sfida ben più complessa, quella di definire cosa fosse giusto. La giustezza, come la giustizia, è un concetto che appartiene agli idealisti, a coloro che si professano probi, integri e virtuosi. Eppure, in un contesto così frammentato, prevarrà il bellicismo o la saggezza?

In questi momenti di incertezza per l’Europa, c’è chi sostiene che il Vecchio Continente non esista più. Altri, invece, continuano a credere nella sua presenza, seppur sconcertati dalle metamorfosi politiche che stanno ridisegnando il panorama europeo. Tra queste, spicca quella di Ursula von der Leyen, passata dal ruolo di paladina del Green Deal, della Transizione Ecologica e del Next Generation EU a quello di sostenitrice di un aumento esponenziale delle spese militari, da lei stessa definito “turbocharge”. Una trasformazione che non è rimasta isolata, visto che anche l’ex ministro italiano per la transizione ecologica ha abbracciato un nuovo corso, trovandosi ora alla guida di un’azienda che produce armi e centrali nucleari.

L’aumento delle risorse destinate agli armamenti, come sottolineato da Andrea Tornielli, è tornato a essere uno strumento centrale nelle relazioni tra gli Stati. Questo approccio, che teorizza la pace come frutto di un equilibrio di forze, genera però paura e terrore, minacciando di compromettere la sicurezza globale. Il rischio è che un evento imprevedibile e incontrollabile possa innescare una reazione a catena, accendendo la miccia di un conflitto su larga scala.

Intanto, mentre si discute di una possibile pace in Ucraina, l’Europa sembra aver deciso di imboccare una strada diametralmente opposta, quella del riarmo. L’idea di creare un esercito europeo, avanzata in un momento in cui il conflitto sembra avviarsi verso una conclusione, appare a molti come un controsenso. Se l’intenzione fosse stata quella di dotarsi di una forza militare comune, lo si sarebbe potuto fare anni fa, quando la guerra era ancora una minaccia lontana. Ora, invece, questa mossa sembra dettata più da un atto di presunzione che da una reale necessità.

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