Il caso di Ilaria Parimbelli, la cui encefalite fu scambiata per ansia
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Salute
-
Il dolore dei genitori di Ilaria Parimbelli, che cercano giustizia per la figlia stroncata a ventotto anni dopo due anni di stato vegetativo, si scontra con i tempi lunghi e le procedure di un’aula di tribunale. La giovane, che aveva ventisei anni quando la sua vita fu stravolta, morì a causa di un’encefalite erpetica non diagnosticata in tempo, un esito che, secondo l’accusa, sarebbe stato evitabile se i primi medici che la visitarono non avessero sottovalutato una serie di sintomi inequivocabili. Quello che emerge dalle carte processuali è un quadro clinico complesso, caratterizzato da febbre alta, vomito persistente, forti cefalee e stati allucinatori, tutti elementi che avrebbero dovuto suggerire una strada diagnostica più approfondita e meno sbrigativa.
Il giorno in cui tutto cambiò
La vicenda, che ha il suo snodo cruciale nel settembre del 2019, prese avvio quando Ilaria si presentò al pronto soccorso del Policlinico San Marco di Zingonia, in provincia di Bergamo. I sanitari che la visitarono, dopo aver valutato il suo malessere, la dimisero con una diagnosi di crisi d’ansia, un’etichetta che si rivelò fatale. Soltanto quattro giorni dopo, ricoverata d’urgenza all’ospedale Papa Giovanni XXIII, le fu finalmente diagnosticata l’encefalite erpetica, un’infezione virale del cervello che, se non trattata tempestivamente con terapie antivirali specifiche, provoca danni neurologici gravissimi e spesso irreversibili. Quel ritardo, come sostenuto dalla pubblica accusa, le compromise irrimediabilmente l’esistenza, condannandola a una vita di totale dipendenza e incapacità di comunicare, prima del decesso sopraggiunto due anni più tardi.
Il percorso giudiziario e le perizie
Il processo, che vede un medico rispondere delle accuse, si è focalizzato proprio sulla condotta tenuta in pronto soccorso, con la tesi dell’accusa che sostiene come sarebbe stato necessario richiedere il consulto di un neurologo, una misura che non fu presa in considerazione. Anche i consulenti tecnici nominati dalle parti, i cui pareri sono già stati depositati, non hanno completamente chiarito i punti oscuri della vicenda, lasciando aperti diversi interrogativi su quanto accaduto. Proprio per questa ragione, il giudice Nava ha ritenuto che le relazioni finora prodotte non fossero sufficienti a formare il proprio convincimento, disponendo una nuova e più approfondita perizia che potesse fare piena luce sulle dinamiche mediche. Accogliendo quindi una richiesta della difesa, il tribunale ha nominato due nuovi periti, un medico legale e un infettivologo, i quali sono stati già ascoltati nel corso di un’udienza.
L’attesa e il rinvio
L’ultimo rinvio dell’udienza, fissata ora per una data di gennaio, ha rappresentato un momento di forte tensione emotiva per il padre di Ilaria, Carlo Parimbelli, il quale ha preferito abbandonare l’aula per contenere la propria sofferenza. Per lui, come per la madre, ogni dilazione processuale riapre una ferita che non si è mai rimarginata, costringendoli a rivivere la tragica sequenza di eventi che ha portato via la figlia. La loro battaglia, che va oltre la ricerca di una responsabilità penale, è diventata un simbolo della lotta per un’assistenza sanitaria più attenta e per una giustizia che riconosca, laddove esistano, gli errori che non avrebbero mai dovuto accadere.




