Tensione nella Lega, l'accordo sul Veneto apre la crisi in Lombardia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La fumata bianca che ha sancito l’intesa nel centrodestra per le prossime elezioni regionali, consegnando la candidatura in Veneto a un esponente leghista, ha lasciato quasi immediatamente il posto a un’onda d’urto che sta scuotendo le fondamenta della Lega in Lombardia. Matteo Salvini, nel confermare l’accordo, ha infatti posto una condizione di non poco conto, dichiarando che “è chiaro che se FdI sarà il primo partito, ha tutto il diritto di rivendicare la guida di alcune regioni, compresa la Lombardia”. Un’affermazione, questa, che ha il sapore di una cessione annunciata e che ha sollevato un vespaio di proteste tra i fedelissimi della regione, i quali non intendono affatto considerare la questione come risolta.

La rivolta di Romeo e il valore simbolico della Lombardia

A guidare la fronda interna è Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato e segretario della Lega Lombarda, il quale, rompendo gli indugi, ha opposto un netto rifiuto alla prospettiva di cedere il governo di Milano. “Nel 2028 il candidato in Lombardia sarà della Lega”, ha tuonato, sottolineando come quella non rappresenti una regione qualunque bensì “il cuore pulsante” del movimento. Secondo la sua visione, che molti nel partito condividono in silenzio, perdere la Lombardia equivarrebbe a smarrire l’identità stessa della formazione politica, un rischio che non si può correre dopo anni di amministrazione che, a loro dire, ha dato buoni frutti.

L'accordo sottobanco e le fibrillazioni interne

Mentre l’accordo ufficiale siglato da Salvini con Giorgia Meloni e Antonio Tajani definisce le candidature per il cosiddetto mini-election day di novembre, assegnando il Veneto, la Campania e la Puglia, è tra le righe che si cela il vero nodo da sciogliere. La clausola che assegna a Fratelli d’Italia il diritto di rivendicare la Lombardia alle successive elezioni, percepita come il prezzo da pagare per la tregua immediata, è stata la miccia che ha fatto esplodere le tensioni latenti. Quando la nota è circolata, poco dopo le otto di sera, i gruppi interni dei leghisti lombardi sono stati investiti da un’ondata di caos e di sconcerto, segno di un malessere profondo e di una frattura che va ben al di là della semplice disputa su un nome.

Una partita destinata a restare aperta

Le parole di Romeo, il quale ha avvertito che “la partita ancora non è chiusa” e che la Lega avrebbe il dovere di presentare una propria candidatura, lasciano intendere come la tregua sia in realtà molto fragile. Il monito, rivolto implicitamente anche agli alleati, è che un simile strappo potrebbe far vacillare l’intera coalizione, minando un equilibrio di potere faticosamente costruito. Quello che doveva essere un patto per consolidare il fronte del centrodestra si è così trasformato nell’origine di un conflitto interno, destinato a tenere alta la tensione nei prossimi mesi, mentre la macchina organizzativa del partito cerca di contenere una rivolta che nasce dalle sue stesse radici territoriali.

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