Il ricorso del pm sul caso Bibbiano accende lo scontro tra giudici e accusa
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Redazione Interno
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Nel silenzio delle cancellerie, il ricorso presentato dal pubblico ministero Valentina Salvi contro la sentenza di primo grado sul cosiddetto “caso Bibbiano” – quello dei presunti illeciti negli affidi dei minori da parte dei servizi sociali della Val d’Enza – ha già spaccato in due l’ambiente giudiziario reggiano, producendo reazioni tanto opposte quanto veementi. Da un lato, le difese degli imputati, che hanno definito “assurde” le critiche mosse dalla titolare dell’inchiesta; dall’altro, le parti civili, le quali chiedono soltanto che “si faccia luce” su ogni angolo di una vicenda, quella dell’inchiesta ‘Angeli e Demoni’, che ormai da anni tiene banco nelle cronaca giudiziaria nazionale. L’atto di appello, depositato nei mesi scorsi, è un imponente dossier di duemilaquattrocento pagine, corredato da cinquemila allegati, con cui Salvi ha impugnato le assoluzioni decise in primo grado dal collegio dei giudici presieduto da Sarah Iusto, affiancato da Michela Caputo e Francesca Piergallini. Nel luglio del 2025, va ricordato, quel tribunale aveva assolto undici persone su quattordici, limitandosi a condannare le restanti tre con pene decisamente lievi, molto al di sotto delle richieste dell’accusa.
La replica del tribunale e la “sfida aperta” tra poteri dello Stato
A gettare benzina sul fuoco è stata la durissima contestazione contenuta nell’appello del pm, laddove Salvi parla di una “ricerca spasmodica e ossessiva di ragioni per le assoluzioni” da parte dei giudici di primo grado, una frase che non è certo passata inosservata. Tanto che la presidente del tribunale di Reggio Emilia, Cristina Beretti, ha sentito il dovere istituzionale di intervenire con una nota stampa, nella quale si legge una chiara presa di distanza: nessuna volontà di “assolvere ad ogni costo”, né tantomeno di delegittimare il lavoro della Procura. È una sfida aperta, insomma, quella che si consuma tra la sostituta procuratrice Salvi e il collegio giudicante, una tensione che travalica i confini del singolo processo per investire il rapporto tra i due poteri dello Stato, chiamati a convivere – e a volte a scontrarsi – nell’applicazione della legge. Beretti ha voluto svolgere quelle che ha definito “alcune puntualizzazioni di carattere istituzionale”, cercando di mettere un freno a quella che lei stessa percepisce come una delegittimazione dell’operato dei magistrati togati.
Le geometrie dell’appello: nove imputati nel mirino dell’accusa
Nel merito della strategia processuale, va detto che il pm Valentina Salvi non ha impugnato l’intera sentenza, ma ha scelto con cura i bersagli del suo ricorso: sono nove le persone per le quali chiede una riforma del verdetto di assoluzione, mentre per gli altri tre imputati – quelli che avevano riportato una condanna, seppur lieve – si sono viste le difese presentare a loro volta ricorso, lamentando l’eccessività della pena inflitta rispetto ai capi d’imputazione. Il risultato è che, in Corte d’Appello, sfileranno complessivamente dieci persone, un numero che ridisegna il perimetro del dibattimento e che promette di riaprire capitoli che molti ritenevano già chiusi. Le assoluzioni di luglio, lo si ricorda, avevano di fatto demolito la tesi centrale della Procura di Reggio Emilia, quella di un sistema distorto e occulto di allontanamenti di minori dalle famiglie, una narrazione che aveva alimentato per anni titoli e polemiche.
Un procedimento che non vuole spegnersi
Determinata a tenere vivo il procedimento – nonostante la battuta d’arresto subita in primo grado – la pm Salvi ha quindi confezionato un ricorso che, per mole e asprezza, difficilmente lascerà indifferenti i giudici d’appello. Le critiche che le piovono addosso, soprattutto dagli ambienti vicini alle difese, non sembrano aver scalfito la sua convinzione circa la fondatezza dell’inchiesta. Dall’altra parte della barricata, i giudici Iusto, Caputo e Piergallini vedono invece nella loro sentenza un’applicazione rigorosa del principio del “in dubio pro reo”, laddove le prove raccolte dalla Procura non avevano retto al vaglio del contraddittorio. L’udienza in Corte d’Appello si preannuncia come un nuovo, decisivo capitolo di una storia giudiziaria che ha diviso l’opinione pubblica e che, ora più che mai, mette a nudo le fragilità di un sistema in cui accusa e giudizio faticano a trovare un punto di equilibrio.




