Il nodo di Hormuz e il caso Garlasco: due certezze che iniziano a scricchiolare

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Redazione Economia Redazione Economia   -   C’è un elemento, nella ricostruzione che portò alla condanna di Alberto Stasi nel 2014, che sembrava avere la solidità di una roccia: la perizia secondo la quale, muovendosi nella villetta di via Pascoli dopo l’omicidio di Chiara Poggi, sarebbe stato impossibile raggiungere il senza calpestare le tracce, sporcandosi inevitabilmente le suole. Eppure, oggi quella roccia mostra le prime crepe. La nuova inchiesta della Procura di Pavia, come riportano fonti vicine al fascicolo, sta mettendo in discussione anche questa certezza, alimentando il dibattito su una delle vicende giudiziarie più tortuose degli ultimi anni. L’attenzione, in questo momento, è tutta concentrata sulle consulenze depositate, in particolare su quella della dottoressa Cristina Cattaneo, che sembrerebbe riscrivere la dinamica temporale del delitto: un dettaglio, quest’ultimo, tutt’altro che secondario, perché se l’orario dell’aggressione venisse spostato più avanti nella mattinata, l’alibi di Stasi – coperto dalle 9:35 in poi – potrebbe reggere.

Hormuz: la tregua sulla carta e il pugno di ferro sull’acqua

Se in Italia si riaprono i processi del passato, sullo scenario internazionale la musica suona altrettanto drammatica, sebbene per ragioni opposte. La tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran – un accordo che ormai conta più di un anno di presidenza Trump alle spalle – avrebbe dovuto normalizzare i flussi energetici. Invece, lo Stretto di Hormuz resta un cul-de-sac. Mercoledì, primo giorno di “pace” dichiarata, sono transitate appena 5 navi; e nessuna di queste era una petroliera. Nei giorni precedenti, nonostante i combattimenti, la media si aggirava sulle 10 unità. La realtà, insomma, smentisce le dichiarazioni ufficiali: Teheran tiene il controllo saldamente, imponendo pedaggi selettivi che possono arrivare a costare 2 milioni di dollari a scafo e indirizzando il traffico verso un corridoio sorvegliato dai Guardiani della Rivoluzione.

Lo stress economico e il ritorno della “opzione militare”

È proprio questo cortocircuito tra la diplomazia e la fisicità delle merci a far salire la pressione. Lo stress economico, quello vero – fatto di navi ferme e materie prime che lievitano – inizia a contagiare anche gli ambienti meno sospettabili. Persino i grandi giornali economici, non certo noti per il loro bellicismo, cominciano a tifare – con la delicatezza di un elefante in una cristalleria – per una soluzione militare che riapra il transito. È il segnale più chiaro che l’affare è diventato fisico: il petrolio “vero”, quello che muove le industrie, ora costa un patrimonio. L’opzione militare per riaprire Hormuz – quella che nessuno osava pronunciare – è tornata a circolare nei retroscena, complice anche il fatto che le alternative via terra sono inesistenti.

Il grande affare americano (a spese di tutti gli altri)

E mentre il mondo trema, c’è chi conta i profitti. Le guerre, si sa, hanno sempre arricchito qualcuno. Dopo il gas, quando gli Stati Uniti hanno approfittato del conflitto in Ucraina per sostituire la Russia nelle forniture europee, adesso è il turno del petrolio. Con lo Stretto bloccato, i colossi energetici americani stanno vivendo una seconda età dell’oro. A marzo, le esportazioni di prodotti raffinati dagli USA hanno toccato un record storico, sfiorando i 3,11 milioni di barili al giorno, con l’Asia e l’Europa disposte a pagare qualsiasi prezzo pur di non fermare le proprie economie. Gli acquirenti asiatici, in particolare, si sono accaparrati la maggior quantità di greggio americano degli ultimi tre anni: circa 60 milioni di barili solo per i carichi di aprile, a prezzi gonfiati dal panico. Una boccata d’ossigeno per Washington, certo, ma un duro colpo per le tasche dei consumatori globali, costretti a pagare il conto di una crisi che, almeno sulla carta, doveva già essere risolta.

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