La tentazione dello scostamento, l'Italia e quel bilancio (europeo) da rifare

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il dato, certificato dall’Istat e ormai acquisito da Eurostat, è di quelli che bruciano ancora prima di essere toccati: il deficit si è fermato al 3,1 per cento, una frazione – appena 23 milioni di euro – che condanna l’Italia a restare sotto la procedura d’infrazione per un altro anno. Quel muro del 3 per cento, che il governo inseguiva per archiviare la sorveglianza speciale di Bruxelles, si è rivelato insormontabile in virtù di un’eredità pesante quanto ingombrante, quella del superbonus, i cui riflessi contabili hanno continuato a gravare sui saldi come un macigno. E così, mentre il ministro Giancarlo Giorgetti parlava di "notevolissime anomalie" nella montagna di fatture arrivate a ridosso della scadenza, a Palazzo Chigi si faceva largo una certezza: la strada tracciata dal rigore, che pure ha portato il rapporto deficit-Pil dall’8,1 al 3,1 per cento in pochi anni, non basta più a garantire quella flessibilità necessaria per affrontare le prossime sfide.

L’ombra del conflitto e il cortocircuito energetico

Se la dinamica interna spiega la rigidità dei conti, è lo scenario esterno a imporre l’urgenza di un cambio di passo. La crisi energetica, alimentata da conflitti che non accennano a placarsi, espone l’Italia più di altri partner europei al rischio di stagnazione: un’ipoteca pesante, questa, in un’ottica elettorale che stringe i tempi a poco più di un anno. I segnali che arrivano dalla congiuntura economica non sono incoraggianti, né lo sono le parole dei vertici europei: il commissario danese Jorgensen e la vicepresidente spagnola Ribeira hanno delineato uno scenario allarmante. Eppure, è proprio in questa tensione – tra l’austerità forzata denunciata dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e la necessità di sostenere il sistema produttivo – che il governo vede l’occasione per forzare la mano. Non si tratta più solo di chiedere a Bruxelles uno scostamento, ma di ventilare l’ipotesi – che qualcuno nel centrodestra definisce ormai realistica – di procedere in autonomia, aggirando unilateralmente quei vincoli di spesa percepiti come un laccio al collo.

Difesa e sicurezza, quella clausola rimasta in cassetto

Il nodo più intricato, quello che mescola sovranità e contabilità pubblica, resta però legato alla difesa. Lo schema era stato disegnato già in autunno: una volta riportato il deficit sotto la soglia fatidica del 3 per cento e chiusa la procedura europea per disavanzo eccessivo, l’Italia avrebbe potuto attivare la clausola di salvaguardia per le spese militari. Un passaggio cruciale, che le avrebbe consentito di sforare i parametri di Maastricht senza incorrere in sanzioni, liberando così risorse aggiuntive per circa 12 miliardi di euro in tre anni (pari allo 0,5 per cento del Pil) da destinare alla sicurezza e al rafforzamento della capacità militare. Quei fondi, insieme ai prestiti del programma Safe (Security Action For Europe), rappresentavano il volano per ammodernare le forze armate senza intaccare la spesa sociale, un equilibrio delicato che Giorgetti aveva più volte evocato nelle sue interlocuzioni al Senato. Con la permanenza in procedura d’infrazione, però, la clausola è virtualmente archiviata. Restano solo i prestiti europei, utili per grandi programmi già in essere ma insufficienti a garantire quella crescita della spesa militare richiesta a gran voce dalla Nato.

Numeri decimali e sovranità sostanziale

Emerge, in questo quadro, una questione di metodo che rischia di diventare più importante della sostanza. Come ha osservato più di un analista, la differenza tra un deficit al 2,9 e uno al 3,1 per cento è trascurabile sul piano economico ma enorme su quello politico-burocratico: nel primo caso si aprono i rubinetti della flessibilità, nel secondo si resta imprigionati nelle maglie del patto di stabilità. L’analisi del centro studi di Unimpresa – che aveva quantificato in quasi 28 miliardi di euro lo spazio fiscale aggiuntivo in caso di sospensione dei vincoli – suona oggi come un’occasione mancata. Ma dietro il rimpianto per i decimali persi, a farla da padrone è la volontà del governo di non accettare passivamente le decisioni di Bruxelles. La frase di Giorgetti – "ci muoveremo da soli? Io non lo escluderei" – non è stata una svista, ma un messaggio chiaro: l’Italia, di fronte a sfide che mettono a rischio la tenuta del sistema produttivo, è pronta a valutare soluzioni unilaterali.

Quel retaggio del passato che pesa sul presente

Ciò che rende unica la posizione italiana, rispetto ad altre capitali europee, è il peso sproporzionato del retaggio del passato. Il superbonus, definito dalla premier Giorgia Meloni "una sciagurata misura del governo Conte II", continua a togliere margini di manovra al presente: secondo le stime, senza quell’esborso l’Italia sarebbe stata stabilmente sotto il 3 per cento, evitando la beffa di dover restare ancora un anno sotto osservazione. Un paradosso, questo, che ha alimentato le polemiche nei confronti dell’Istat, accusato di aver adottato una contabilità troppo rigida proprio quando una maggiore elasticità – anche solo nella valutazione di alcune poste – avrebbe consentito di dribblare l’ostacolo. Ma al di là delle recriminazioni, il dato politico è ormai consolidato: il governo ha bisogno di risorse, decine di miliardi, per sostenere famiglie e imprese di fronte al caro energia e alla competizione internazionale (basti pensare ai 26 miliardi stanziati dalla Germania). E se Bruxelles non concede deroghe, l’esecutivo si dice pronto a prendersele. Una sfida ad alto rischio, che trasforma la prossima legge di bilancio in un campo di battaglia dove si gioca la partita tra regole scritte e necessità reali.

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