Deficit al 3,1%, l’Italia resta nella procedura Ue e Giorgetti chiede uno scostamento “anche da soli”
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Redazione Interno
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La doccia fredda, per il governo, arriva da Bruxelles poco prima della riunione del Consiglio dei ministri. I dati diffusi dall’Eurostat non lasciano spazio a interpretazioni: il rapporto tra deficit e Pil dell’anno scorso si è attestato al 3,1%, un decimale oltre quella fatidica soglia del 3% che avrebbe consentito all’Italia di uscire anticipatamente dalla procedura per disavanzo eccessivo. Era un’ipotesi sulla quale, fino all’ultimo, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva coltivato qualche speranza – qualcuno nei palazzi romani l’aveva ribattezzata l’attesa del “miracolo statistico” – ma la certificazione ufficiale dell’istituto europeo ha spazzato via ogni dubbio, costringendo l’esecutivo a prendere atto di una realtà contabile che pesa come un macigno sul futuro della manovra. Non si tratta, va detto, di un evento inatteso: già nelle scorse settimane circolavano proiezioni pessimistiche, e lo stesso titolare del Mef aveva provato a blindarsi contro le ripercussioni politiche, ma vederlo nero su bianco cambia la natura del problema, trasformandolo da ipotesi di lavoro a vincolo strutturale con cui fare i conti immediatamente.
La reazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, filtrata prima da un tweet serale e poi da una battuta a margine dei lavori di Palazzo Chigi, è stata improntata a un realismo carico di polemiche indirette. Da un lato, la leader di Fratelli d’Italia ha rivendicato il lavoro svolto dal suo esecutivo, sottolineando come il disavanzo sia stato ridotto dal pesantissimo 8,1% ereditato dal precedente governo fino all’attuale 3,1%: un traguardo, questo, che a suo dire supera persino le previsioni iniziali dello stesso esecutivo, le quali si fermavano al 3,3% per lo scorso anno. Dall’altro lato, però, è emerso con chiarezza il nervosismo per un’occasione mancata, e le spiegazioni addotte dal governo puntano il dito contro due capri espiatori ben precisi. Da una parte c’è l’Istat, reo di aver sottostimato il prodotto interno lordo: secondo il ragionamento della premier, se il Pil reale fosse stato solo venti miliardi più alto, il rapporto si sarebbe aggiustato automaticamente. Dall’altra, e con ben maggiore enfasi retorica, torna in scena il fantasma del Superbonus, definito dalla stessa Meloni una “misura sciagurata” ereditata dal governo Conte due, il cui peso – miliardi che continuano a gravare sulle casse dello Stato anche nel 2025 – impedisce oggi di liberarsi dai vincoli europei e sottrae risorse preziose destinate a settori come la sanità pubblica o la scuola.
E se la premier prova a scaricare all’esterno le responsabilità politiche del flop, il ministro Giorgetti, dal canto suo, preferisce concentrarsi sulle variabili economiche del momento, spostando l’attenzione dal passato (ormai certificato) alle incertezze del presente. Durante la conferenza stampa successiva al Cdm, l’architetto della manovra ha usato toni misurati ma inequivocabili, parlando di “circostanze totalmente eccezionali” – un riferimento nemmeno troppo velato all’escalation del conflitto in Iran e al conseguente shock energetico – per giustificare la fragilità delle stime contenute nel nuovo Documento di finanza pubblica. I numeri, in effetti, raccontano di una frenata preoccupante: la crescita del Pil per quest’anno è stata rivista al ribasso, passando dallo 0,7% allo 0,6%, mentre le previsioni sul deficit nei prossimi tre anni subiscono un deciso peggioramento. Il disavanzo, secondo le tabelle aggiornate, salirà dal 2,8% al 2,9% nel 2026, per attestarsi al 2,8% nel 2027 (invece del 2,6% precedentemente stimato) e al 2,5% nel 2028, rallentando così il percorso di rientro che l’esecutivo aveva sbandierato come un suo cavallo di battaglia. Anche il debito, va aggiunto, rimane su livelli critici, oscillando tra il 137,1% del 2025 e il 138,6% previsto per il prossimo anno, prima di un lento e faticoso declino.
La sfida alla rigidità di Bruxelles e lo spettro dello scostamento unilaterale
Quel che rende la situazione politicamente esplosiva, però, non è tanto la fotografia statica dei conti, quanto il dibattito acceso sulle misure per fronteggiarli. Il ministro Giorgetti ha lanciato un messaggio chiaro all’indirizzo delle istituzioni europee, invocando quella flessibilità che a suo dire manca drammaticamente nel nuovo Patto di stabilità. «Non si può affrontare un mondo completamente cambiato – ha tuonato il titolare dell’Economia – con la stessa rigidità di prima», e per rendere l’idea della precarietà del momento ha usato una metafora efficace: quella del medico in un ospedale da campo costretto a curare feriti gravi senza gli strumenti adeguati. La posta in gioco, del resto, è altissima. Da un lato c’è la necessità di derogare sulle spese per la difesa, legate al programma Safe che impegnerà l’Italia su un triennio per circa 12 miliardi di euro: senza l’uscita dalla procedura d’infrazione, questi investimenti non possono essere conteggiati tra le voci esentate dai calcoli sul deficit, complicando non poco i piani del governo. Dall’altro lato preme l’urgenza energetica, con i prezzi dei carburanti che rischiano di innescare una nuova fiammata inflazionistica proprio mentre l’economia mostra segnali di cedimento.
Di fronte a questo quadro, e in attesa di capire se Bruxelles intenderà concedere uno spiraglio, Giorgetti ha alzato il tiro, aprendo esplicitamente alla possibilità di uno “scostamento di bilancio anche da soli”. Una dichiarazione che, nelle stanze della politica, equivale a una sfida a muso duro verso la Commissione europea: l’Italia, insomma, sarebbe pronta a sforare i parametri concordati se necessario, invocando le circostanze eccezionali della guerra e della crisi energetica come giustificazione. Non si tratta, precisa il ministro, di una richiesta formale di deroga al Patto di stabilità, quanto piuttosto della necessità di dotarsi di strumenti pragmatici – come un eventuale prelievo sugli extra-profitti delle compagnie energetiche – per tamponare l’emergenza senza aspettare il via libera di Bruxelles. Il ragionamento, in buona sostanza, è che l’attuale quadro normativo europeo non è attrezzato per gestire shock esogeni della portata di quelli in atto, e che pertanto Roma non può permettersi il lusso di restare con le mani in mano.
Le crepe nel quadro macroeconomico e il peso del Superbonus
A rendere ancora più amaro il calice per l’esecutivo, però, è la consapevolezza che le stesse previsioni appena varate potrebbero rivelarsi superate nel giro di poche settimane. Lo ha ammesso lo stesso Giorgetti, osservando come l’incertezza legata al conflitto in Medio Oriente renda qualsiasi ipotesi di crescita – quella dello 0,6% per il 2026, per intenderci – già “oggi discutibile” e destinata probabilmente a ulteriori revisioni al ribasso. Se la guerra dovesse prolungarsi, con il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, l’Italia rischierebbe seriamente di scivolare in una recessione tecnica, vanificando del tutto gli sforzi di risanamento compiuti finora. E in questo contesto già di per sé fosco, il governo insiste nel sottolineare il peso abnorme della misura bandiera dei Cinque Stelle: il Superbonus continua a mordere, e secondo i calcoli della maggioranza, se non ci fosse stato quell’esborso di miliardi, anche con le attuali stime Istat saremmo già sotto la soglia del 3%. Una beffa, la definisce la premier, che costa cara in termini di credibilità europea e di margini di spesa per le politiche sociali.
L’opposizione, naturalmente, non ha perso tempo e ha rovesciato la narrazione, accusando l’esecutivo di nascondersi dietro al solito alibi dell’eredità avvelenata per giustificare una gestione pasticciata dei conti. Ma al di là delle scaramucce verbali, il dato strutturale che emerge dal Dfp è impietoso: l’Italia cresce poco o nulla, il debito non accenna a scendere in modo significativo, e il margine di manovra per la prossima legge di Bilancio – l’ultima della legislatura – si assottiglia pericolosamente. Tra il taglio delle accise sui carburanti, la proroga degli sgravi fiscali per i ceti medi e le promesse non mantenute sulla riforma delle pensioni, il governo si trova stretto tra l’incudine delle regole europee e il martello di una congiuntura internazionale che non accenna a migliorare. E mentre Giorgetti invoca flessibilità, la prossima mossa spetta a Bruxelles, chiamata a decidere se concedere all’Italia quello spazio vitale che il ministro ritiene indispensabile per non affondare.




