Zelensky apre a un trilaterale e alla tregua, ma il Donbass resta il nodo cruciale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rilasciato un’intervista al Gr Rai nella quale, dimostrando una flessibilità tattica che mancava da mesi, ha dichiarato la propria disponibilità a incontrare Vladimir Putin. L’incontro, però – ed è un dettaglio che pesa come un macigno sul tavolo delle trattative – non potrà avvenire né a Mosca né a Kiev: “Ci sono molti posti, possiamo trovarne uno in Medio Oriente, Europa, Stati Uniti, ovunque”, ha detto Zelensky, precisando che a breve sarà organizzato un vertice trilaterale (senza specificare però la terza parte coinvolta) per porre fine alla guerra. Una dichiarazione che arriva in un momento particolarmente denso di eventi sul terreno e sui fronti diplomatici, e che sembra aprire uno spiraglio dopo mesi di posizioni rigide.

La tregua di Putin per la Pasqua ortodossa e la reazione di Kiev

Proprio mentre Zelensky rilasciava l’intervista, il Cremlino ha reso noto che Vladimir Putin, nella sua veste di comandante in capo supremo delle Forze armate, ha ordinato un cessate il fuoco unilaterale in vista della Pasqua ortodossa. La tregua scatterà dalle ore 16 dell’11 aprile fino alla fine della giornata del 12 aprile 2026, e Mosca si aspetta – si legge nel comunicato del servizio stampa – che Kiev faccia lo stesso. Una richiesta, quest’ultima, che non ha ancora trovato una risposta ufficiale, ma che si inserisce in una prassi consolidata di annunci a intermittenza, già sperimentati in passato senza che portassero a passi avanti decisivi. L’elemento nuovo, semmai, è la tempistica: la tregua arriva pochi giorni dopo che Zelensky aveva escluso qualsiasi congelamento del conflitto, salvo poi aprire all’incontro con Putin.

Il nodo del Donbass e lo scambio di salme

Zelensky, nell’intervista, ha voluto mettere dei paletti chiari: “Non possiamo discutere semplicemente della cessione del Donbass – ha spiegato – Se lasciamo il Donbass ai russi, occuperanno i luoghi da noi meglio difesi senza alcuna perdita”. Una frase che suona come un avvertimento sia a Mosca sia agli eventuali mediatori: qualsiasi accordo dovrà tenere conto del fatto che le linee fortificate ucraine rappresentano una risorsa strategica, non meramente simbolica. Nel frattempo, sul piano umanitario e giudiziario, si registra un nuovo scambio di corpi di militari caduti. A renderlo noto è stato il deputato della Duma di Stato Shamsail Saraliev, secondo cui la Russia ha consegnato le salme di 1.000 soldati ucraini, mentre Kiev ne ha restituiti 41. Un’operazione che replica quasi identica quella del 26 febbraio scorso, quando l’Ucraina aveva ricevuto 1.000 corpi e la Russia 35. Numeri che parlano da soli, sebbene nessuna delle due parti abbia mai fornito dettagli ufficiali sulle perdite complessive.

Il Comitato Nobel contro la designazione di Memorial, e il ruolo dell’Iran

Su un altro fronte, quello dei diritti e delle libertà civili in Russia, il Comitato Nobel norvegese – lo stesso che nel 2022 insignì l’organizzazione Memorial del Premio Nobel per la pace – ha duramente condannato la decisione delle autorità russe di designare l’associazione come “estremista”. “È un affronto ai valori fondamentali della dignità umana e della libertà di espressione”, ha dichiarato il Comitato, chiedendo il ritiro immediato della dichiarazione e la cessazione di tutti gli abusi nei confronti di Memorial e dei suoi attivisti. Una presa di posizione netta che arriva mentre il segretario generale della Nato, Rutte, accusa apertamente l’Iran di sostenere lo sforzo bellico del Cremlino, senza però fornire elementi concreti sui tipi di armamenti trasferiti. Intanto, nella regione di Zaporizhzhia, gli attacchi russi proseguono senza sosta, e le notizie in diretta parlano di bombardamenti che colpiscono aree civili, in aperta violazione del diritto internazionale umanitario.

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