Zelensky: “Trump chiede la cessione del Donbass, ma servirà un referendum”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il presidente ucraino, secondo quanto emerge da indiscrezioni diramate in queste ore, ha reso noto che l’amministrazione di Donald Trump sta esercitando forti pressioni su Kiev per spingerla a ritirarsi dall’intera regione del Donbass, una mossa che, di fatto, configurerebbe una cessione territoriale. A questa ipotesi, che pare essere il cardine del piano di pace avanzato dalla Casa Bianca, Zelensky ha opposto una condizione non negoziabile: qualsiasi compromesso che riguardi la sovranità sulle terre contese dovrà passare attraverso una consultazione popolare. Nel frastuono della diplomazia, mentre Mosca prosegue la sua avanzata militare a ritmo sostenuto nell’est del paese, si delinea così uno scontro non solo sul campo, ma anche sul metodo da seguire per qualsiasi futura trattativa.

Il pressing di Washington e il nodo della legittimità

La richiesta americana, che rappresenta un netto cambio di passo rispetto alle precedenti posizioni di sostegno incondizionato, pone il governo di Kiev di fronte a una sfida diplomatica senza precedenti. Trump, il quale ha chiarito che gli Stati Uniti non parteciperanno agli incontri di sabato a Parigi tra i funzionari di Ucraina, Francia, Germania e Gran Bretagna senza “buone chance” di raggiungere un’intesa, sembra voler forzare i tempi verso una soluzione rapida. Questa linea, però, scontrandosi con la ferma richiesta di un referendum da parte ucraina, rischia di creare un cortocircuito politico. Zelensky, dal canto suo, pur nella drammaticità del momento, tiene a ribadire il principio della volontà popolare, un argine giuridico e simbolico contro quello che viene percepito come un diktat dettato dalla realpolitik.

La risposta di Mosca e il rifiuto secco

Da Mosca, intanto, arriva una risposta gelida che non lascia spazio a fraintendimenti. Il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov, citato dalle agenzie Tass e Interfax, ha dichiarato che un cessate il fuoco sarà possibile solo dopo il ritiro completo delle truppe ucraine dal Donbass, bocciando senza appello l’ipotesi referendaria avanzata da Zelensky. “Un referendum? È territorio russo”, ha affermato Ushakov, ribadendo l’annessione de facto di quelle regioni che il Cremlino considera ormai proprie. La posizione russa, dunque, non ammette mediazioni su questo punto: ciò che Washington chiede a Kiev come concessione, per Mosca è un prerequisito non negoziabile, la restituzione di qualcosa che già le appartiene. Ushakov ha anche espresso scetticismo sul nuovo piano di pace in elaborazione tra Occidente e Ucraina, affermando di non credere che Mosca ne sarà “completamente soddisfatta”.

Il vortice diplomatico e le smentite di Kiev

Nel mezzo di questo braccio di ferro a tre, la diplomazia europea tenta di muoversi con cautela. I prossimi giorni saranno cruciali, con l’incontro tecnico di Parigi di sabato e un possibile vertice a Berlino lunedì, al quale non è esclusa la presenza dello stesso Trump. Mentre le cancellerie lavorano febbrilmente, Kiev ha preso le distanze da alcune voci circolate sui media, smentendo categoricamente, attraverso i propri portavoce, qualsiasi apertura sull’ipotesi di creare una “zona cuscinetto” nel Donbass. Una precisazione necessaria, quella ucraina, per chiarire che non vi sono negoziati segreti in corso su soluzioni alternative a quella pubblicamente dichiarata, che rimane ancorata al principio dell’integrità territoriale, seppur da verificare con il voto della popolazione.

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