Zelensky resiste sul Donbass mentre a Berlino si prepara il vertice sull'Ucraina

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La complessa partita diplomatica attorno al futuro dell'Ucraina, una partita nella quale le pressioni occidentali si intensificano mentre il presidente americano Donald Trump manifesta un crescente disappunto, si arricchisce di un nuovo capitolo con l’annunciata partecipazione della premier Giorgia Meloni al vertice di Berlino, in programma lunedì sera tra numerosi leader europei e i vertici di Ue e Nato. Il contesto, caratterizzato da una fase febbrile dei negoziati, vede al centro delle trattative, e delle divisioni, proprio la questione del Donbass, quella regione orientale da anni contesa e teatro di conflitto, sulla cui carta geografica si concentrano le più intricate manovre. Volodymyr Zelensky, come è noto, si trova a dover bilanciare le istanze degli alleati, i quali sembrano spingere per una soluzione negoziale che comporti inevitabili concessioni, con la necessità di preservare la sovranità nazionale e mantenere una coesione interna, non sempre facile da ottenere dinanzi a prospettive tanto dolorose.

La proposta di referendum e il muro di Kiev

Proprio nel tentativo di trovare una via d'uscita che possa apparire legittimata dalla volontà popolare, il presidente ucraino ha avanzato l’ipotesi di sottoporre le scelte più cruciali, quelle che riguardano il destino dei territori, a un referendum, una mossa che, se da un lato sembra voler scaricare su un verdetto popolare il peso di decisioni epocali, dall’altro rappresenta un chiaro segnale di resistenza verso una semplice cessione imposta dalla realpolitik internazionale. “Deciderà il popolo”, ha affermato Zelensky, ribadendo con forza come qualsiasi decisione relativa all'eventuale cessione di territori debba passare attraverso un voto, sia esso elettorale o referendario. Una posizione che si traduce in un muro difensivo, mentre da Washington arrivano, secondo quanto riferito dallo stesso leader di Kiev, pressioni precise per un “ritiro delle truppe dal Donbass” volto a creare una “zona economica libera demilitarizzata”.

Il piano di pace e le correzioni di Kiev

Nel frattempo prosegue, non senza difficoltà, il processo diplomatico, con Kiev che ha formalmente inoltrato agli Stati Uniti una serie di correzioni al piano di pace in discussione. Un funzionario ucraino ha precisato che non si tratta di una riscrittura completa della proposta, bensì di un ripensamento di alcuni dei venti punti originari, con l’inserimento di “alcune nuove idee” che riguardano, in particolare, il futuro dei territori e della centrale nucleare di Zaporizzhia, quest’ultima uno degli obiettivi strategici più sensibili dell’intera crisi. Questi aggiustamenti, per quanto definiti “leggeri”, denotano una volontà di mantenere un ruolo attivo nella definizione degli accordi, cercando di modellare i dettagli di una possibile soluzione che, nelle sue linee generali, appare sempre più influenzata dalle esigenze dei mediatori internazionali.

La pazienza di Trump e lo scenario incerto

Sullo sfondo di queste delicate manovre, la dichiarazione di Trump, il quale ha espresso frustrazione per le lunghe trattative tra Ucraina e Russia chiedendo “azioni non chiacchiere”, aggiunge un ulteriore elemento di pressione e incertezza. L’atteggiamento dell’amministrazione americana, unito al convocarsi del vertice di Berlino a cui parteciperà anche l’Italia, delinea uno scenario nel quale il tempo a disposizione di Kiev per negoziare potrebbe non essere illimitato. La partita si gioca quindi su più tavoli: quello militare, quello diplomatico-formale delle correzioni ai documenti, e quello politico delle leadership occidentali, chiamate a convergere su una strategia comune mentre Zelensky tenta, con l’idea del referendum, di ancorare qualsiasi sviluppo futuro a una parvenza di consenso democratico, per quanto complicato da realizzare in un paese in guerra.

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