Pace in Ucraina, i nodi da sciogliere tra Donbass e l'ombra della Nato
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
“La pace è veramente vicina, ma tutto dipenderà da Putin, se accetterà, o meno, il piano di pace aggiornato”, fa sapere una fonte a Washington, la quale, pur ammettendo la presenza di “alcuni angoli da smussare”, sottolinea come, in linea di massima, il percorso negoziale sia ormai tracciato. L’inviato speciale del presidente Trump per la Russia, Steve Witkoff, si appresta a recarsi a Mosca, un passaggio cruciale che precederà le decisioni finali, le quali, come è ovvio, ricadranno sulle spalle dei tre leader direttamente coinvolti. Sarebbe considerato un fallimento di portata storica, oltre che un’occasione pericolosamente sprecata per le sorti future, lasciar naufragare la proposta americana, la cui architettura, articolata e complessa, è il frutto di un lavoro diplomatico condotto ai massimi livelli da una pluralità di attori, tra i quali spiccano, oltre a Stati Uniti e Russia, Cina, Turchia e India; agli ucraini e agli europei, pur coinvolti e ascoltati, non è mai spettato un ruolo decisivo nel definire l’impalcatura dell’accordo.
Il muro della Nato e le parole di Rutte
Parallelamente al negoziato, prosegue il confronto, non meno spinoso, sulla futura collocazione internazionale di Kiev. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, intervenendo sulla questione, ha posto un argine netto alle pretese russe, affermando senza mezzi termini che Mosca “non ha diritto di voto né di veto su chi diventa membro dell’Alleanza”, una decisione che spetta esclusivamente alla volontà unanime dei paesi che ne fanno parte. Una presa di posizione che delinea un confine invalicabile, ribadendo un principio cardine dell’organizzazione atlantica, sebbene la sua applicazione concreta rimanga, com’è noto, subordinata a un consenso generale che, in questo momento, appare tutt’altro che scontato.
Le tensioni sull’agenda energetica di Trump
Le prime perplessità espresse da ucraini ed europei riguardo alla piattaforma originaria in ventotto punti hanno scatenato la pronta reazione di Donald Trump, il quale ha accusato pubblicamente Volodymyr Zelensky di una certa ingratitudine, nonostante il consistente supporto militare e finanziario garantito dagli Stati Uniti. Le sue critiche si sono estese anche ai partner europei, tacciati di ipocrisia per il loro persistente approvvigionamento di petrolio russo, una contraddizione stridente con le dichiarazioni di principio che chiedono fermezza. Questa dinamica, che alcuni osservatori legano a una più ampia “agenda energetica” della nuova amministrazione, introduce un elemento di frizione non secondario, il quale, se non adeguatamente composto, rischia di influenzare i delicati equilibri del tavolo di pace.
Il processo serio avviato da Mosca
Sul versante opposto, da Mosca giungono segnali di apertura, con dichiarazioni ufficiali che parlano di un “processo serio per la pace” in corso. Questa disposizione al dialogo, per quanto cauta, rappresenta un elemento significativo nel complicato mosaico delle relazioni internazionali, dove la questione del Donbass e lo status dei territori contesi rimangono il vero ostacolo da superare. La trattativa, pertanto, si muove su un doppio binario, dove le esigenze di sicurezza nazionale si intrecciano inestricabilmente con le logiche della geopolitica e della realpolitik, in uno scenario i cui sviluppi, giorno dopo giorno, sono monitorati con attenzione dal mondo intero.




