L’attacco all’Iran e l’arsenale di Teheran tra missili ipersonici e droni Shahed
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Redazione Esteri
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Il primo missile a colpire il suolo iraniano, nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, è partito dal tubo di lancio di un cacciatorpediniere statunitense di stanza nel Golfo Persico: un Tomahawk, uno dei cavalli di battaglia dell’arsenale americano, ha aperto le ostilità di quella che si preannuncia come una campagna militare senza precedenti dal 2003, quando un’altra Armada, quella guidata da George W. Bush, si abbatté sull’Iraq. Ma se il Tomahawk è stato l’innesco, l’incendio che divampa ora tra Iran, Stati Uniti e Israele è un rogo che coinvolge ogni attore e ogni dominio della regione, dal mare al cielo, passando per lo spazio cibernetico, e lo fa con una violenza e una rapidità che non si erano viste nei precedenti conflitti limitrofi.
Una risposta asimmetrica che punta a saturare le difese nemiche
Teheran, dal canto suo, non è rimasta a guardare. La Repubblica Islamica, infatti, ha risposto con una raffica di missili balistici e droni kamikaze che ha preso di mira non solo il territorio israeliano, ma anche basi americane strategicamente vitali come l’Al-Udeid in Qatar, che ospita il quartier generale del Centcom, e la Naval Support Activity in Bahrain, sede della Quinta Flotta. Le immagini delle esplosioni a Dubai e in altre aree del Golfo testimoniano come l’offensiva iraniana non sia affatto simbolica, ma miri a infliggere danni concreti, sfruttando quella che i suoi strateghi chiamano “guerra asimmetrica”. Un approccio, questo, che punta a saturare le difese aeree nemiche — i Patriot e i THAAD americani — con sciami di droni Shahed-136, il cui costo irrisorio, stimato tra i 35mila e i 60mila dollari l’uno, le rende armi di saturazione perfette contro intercettori che costano centinaia di migliaia di dollari ciascuno. Non solo droni, però, perché il dei Guardiani della Rivoluzione Islamica ha messo in campo anche missili come il Kheibar Shekan e l’Emad, ordigni progettati per manovrare in fase di rientro atmosferico e rendere così la loro intercettazione un’impresa estremamente complessa.
La pianificazione dell’asse della resistenza e il fattore sorpresa
La strategia iraniana, peraltro, non si limita a un mero scambio di colpi, ma affonda le radici in una pianificazione dettagliata, resa pubblica, quasi in un atto di sfida, dall’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran, solo poche settimane prima dell’attacco. In quel documento, Teheran delinea una guerra a cinque fasi che inizia con le stesse incursioni americane e prevede, subito dopo, l’attivazione di tutti i proxy dell’“asse della resistenza”: Hezbollah dal Libano, le milizie sciite irachene e gli Houthi yemeniti, chiamati a moltiplicare i fronti per costringere Israele e Stati Uniti a disperdere le proprie forze. Il tentativo, insomma, è quello di allargare il conflitto a macchia d’olio, trasformando ogni base americana e ogni alleato regionale in un potenziale bersaglio, con l’obiettivo dichiarato di rendere il costo della guerra, in termini di vite umane e risorse economiche, insostenibile per Washington e per i suoi partner del Golfo. A questa minaccia cinetica si aggiunge poi quella cibernetica, con attacchi pianificati contro le reti energetiche e i sistemi finanziari dei paesi nemici, una scommessa sul caos informatico come moltiplicatore di danni.
Lo spettro della chiusura dello Stretto di Hormuz
A complicare ulteriormente il quadro per gli strateghi del Pentagono, c’è la variabile geografica, quella che ruota attorno al controllo dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. La minaccia iraniana, in questo senso, è chiara: minare le acque, attaccare le petroliere con missili e motoscafi esplosivi, e mettere così in ginocchio l’economia globale per costringere l’Occidente a fermarsi. Un’arma a doppio taglio, certo, perché l’economia iraniana dipende da quelle stesse esportazioni, ma che in una fase disperata come quella che sta vivendo il regime — con la Guida Suprema Alì Khamenei uccisa e il comando militare decapitato — potrebbe essere giocata come l’ultima carta a disposizione. Già nelle prime ore del conflitto, del resto, fonti militari hanno riferito di attacchi contro navi e installazioni navali iraniane proprio nell’area dello Stretto, a dimostrazione di come gli americani considerino prioritaria la neutralizzazione di quella minaccia specifica.
Obiettivi strategici e divergenze tattiche tra gli alleati
Sul fronte dell’alleanza, però, non tutto fila liscio. Sebbene la macchina da guerra israelo-statunitense abbia mostrato una coordinazione tattica senza precedenti, con rifornitori KC-46 e caccia F-22 schierati per la prima volta in Israele e decine di aerei in volo simultaneamente, emergono divergenze profonde sugli obiettivi finali dell’operazione. Da un lato, Gerusalemme, con il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, preme per annientare la minaccia missilistica iraniana, quella che ha già colpito e danneggiato città e infrastrutture civili israeliane. Dall’altro, l’amministrazione Trump, pur condividendo la necessità di colpire, sembra guardare più lontano, a un accordo che metta definitivamente in sicurezza il dossier nucleare, considerato una priorità assoluta e una minaccia esistenziale globale che non può essere ignorata. Una tensione, questa, destinata a influenzare l’andamento dei prossimi giorni, mentre i corpi delle vittime — tra cui, oltre a Khamenei, alti comandanti dei Pasdaran come Mohammad Pakpour e il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh — vengono pianti in un Iran sconvolto, che cerca faticosamente di dare un nuovo assetto al proprio vertice politico-religioso.




