Paul McCartney incorona i Beatles “più grande band di sempre” e torna a Liverpool con un nuovo album

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Per anni, anche quando la storia sembrava aver già emesso il verdetto definitivo, Paul McCartney aveva prudentemente scelto di non rivendicare il trono. Da par suo, l’ex Beatle preferiva ridimensionare il peso specifico della band in cui suonava, attribuendo piuttosto agli Everly Brothers – la cui influenza, com’è noto, fu cruciale per le prime armonie sue e di John Lennon – il titolo di più grande gruppo di sempre.

Ecco però che, durante una diretta streaming Q&A su TikTok tenutasi in questi giorni per promuovere il nuovo progetto discografico, l’artista ottantatreenne ha apparentemente cambiato registro, abbandonando ogni residua forma di understatement. La dichiarazione, secca e priva di fronzoli, è suonata come un’autentica sorpresa per i fan: “Penso che i Beatles siano stati la più grande band di sempre… sono un loro fan”.

Parole che, se lette in controluce, suggeriscono un’acquisita consapevolezza del lascito monumentale lasciato dal quartetto di Liverpool, un patrimonio che – come ha ammesso lo stesso McCartney – continua ad attrarre generazioni di giovanissimi in un modo che lui stesso fatica a spiegarsi, visto che, come ha osservato con una punta di ironia, “non si può fare il lavaggio del cervello ai bambini: o gli piace o non gli piace”.

“The Boys of Dungeon Lane”, la memoria di un’infanzia operaia

L’occasione per questa inaspettata rivalsa autocritica arriva a corollario dell’uscita del diciottesimo album solista di McCartney, disponibile da oggi in digitale e in formato fisico con il titolo “The Boys of Dungeon Lane”. Il nome, lungi dall’essere casuale, rappresenta un omaggio geografico e sentimentale alla Liverpool del dopoguerra, quella in cui il musicista nacque nel 1942 da genitori di origini irlandesi.

Dungeon Lane, lo si scopre sfogliando i testi, è una via reale situata nel quartiere operaio di Speke, nei pressi dell’aeroporto cittadino; il piccolo Paul la attraversava spesso quando era bambino, e l’immagine di quei “ragazzi di Dungeon Lane” diventa qui il filtro attraverso cui filtrare una memoria fatta di resilienza famigliare e ristrettezze economiche.

L’album, anticipato dai singoli “Days We Left Behind” e dal duetto “Home to Us”, rappresenta dunque una sorta di scavo archeologico nella formazione dell’artista, un viaggio tra i vicoli di una città che, sebbene segnata dalle ferite silenziose della Seconda guerra mondiale, rappresentava comunque l’unico e insostituibile “casa” per chi, come Ringo Starr, veniva dal quartiere duro del Dingle.

Un duetto storico e il fantasma di John Lennon

Tra i brani che compongono la tracklist – quattordici in tutto, prodotti con Andrew Watt – spicca inevitabilmente “Home to Us”, destinato a entrare negli annali per una ragione precisa: si tratta del primissimo duetto in carriera tra McCartney e l’altro sopravvissuto dei Fab Four, Ringo Starr.

Ideato come un dialogo intimo sulle umili origini, il pezzo ha richiesto un certo lavoro di ricucitura in studio, visto che inizialmente Starr era convinto di dover contribuire solo con qualche sporadica linea di batteria o un controcanto; McCartney, ascoltata la sua registrazione, ha invece insistito per trasformarlo in un vero e proprio scambio vocale, completando il “cerchio” affettivo. Ma non è solo il presente a parlare.

In diverse interviste rilasciate per presentare il disco – inclusa quella con l’attore Paul Mescal, che lo interpreterà nei prossimi film biografici diretti da Sam Mendes –, il bassista ha rivelato di aver sentito ancora una volta la presenza di John Lennon aleggiare nel processo compositivo. “A volte scrivo qualcosa e chiedo mentalmente a John ‘ma che roba è?’, come se fosse ancora lì a giudicare”, ha confessato McCartney, ammettendo che quello spirito critico (e talvolta irriverente) rappresenta ancora oggi una bussola creativa fondamentale.

Uno sguardo agli anni Cinquanta tra auto-stop e registratori a nastro

Le atmosfere di “The Boys of Dungeon Lane” attingono a piene mani da un repertorio di istantanee adolescenziali. Nel brano “Down South”, per esempio, McCartney rievoca le avventure on the road con George Harrison, quando i due, ancora ragazzini, facevano l’autostop lungo la Chester Road per raggiungere il Galles; l’aneddoto – che ruota attorno a un viaggio su un camion del latte elettrico e a una bruciatura rimediata da Harrison sul sedile posteriore – restituisce il senso di un’epoca in cui tutto era ancora da inventare.

Dall’altra parte del disco, canzoni come “Salesman Saint” si concentrano sulla figura dei genitori, e in particolare sulla madre Mary (“Mother Mary”), omaggiata come una “santa” che ha lavorato duramente per sbarcare il lunario mentre il padre faceva il commesso viaggiatore.

Un album, questo, che non cerca la spettacolarizzazione del dolore ma piuttosto la sua normalizzazione poetica, utilizzando la strada di Dungeon Lane – oggi peraltro semi-chiusa e trasformata dalla costruzione della recinzione dell’aeroporto – come una sorta di metafora visiva del tempo che scorre e cancella i confini fisici dell’infanzia.

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