Il giudice: “Animalizzazione” per Moussa Balde, morto nel Cpr di Torino. Cinque anni dopo un fiore davanti a corso Brunelleschi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Torino si è risvegliata, questa mattina di venerdì 22 maggio, sotto il segno di una memoria che il tempo non ha scalfito né ridimensionato. A cinque anni esatti dalla scomparsa di Moussa Balde, il ventitreenne originario della Guinea che si tolse la vita all’interno del centro di permanenza per il rimpatrio di corso Brunelleschi, la città ha risposto con una mobilitazione silenziosa ma densa di significati. Un corteo, partito dall’ospedale Martini, ha percorso le vie fino a giungere davanti ai cancelli del Cpr dove, tra la folla raccolta, sono stati deposti fiori in ricordo del giovane. L’iniziativa, promossa dalla “Rete torinese contro tutti i Cpr”, intitolata proprio a Balde, riaccende i riflettori su una vicenda giudiziaria che, solo in queste ore, ha trovato un nuovo, drammatico capitolo nelle parole del tribunale.

Mentre i manifestanti depositavano un fiore per Moussa, il tribunale di Torino depositava infatti le motivazioni della sentenza che, già in precedenza, aveva condannato a un anno di reclusione (con pena sospesa) l’ex direttrice della struttura. E sono motivazioni che pesano come un macigno sul sistema di gestione di questi luoghi. Il giudice Claudio Canavero, nel redigere il documento, ha descritto ciò che il ragazzo subì durante la sua detenzione con un termine preciso: “animalizzazione”. Si legge, nelle carte, che il giovane migrante – già vittima di una violenta aggressione a sfondo razzista a Ventimiglia – fu sottoposto a un vero e proprio “processo di deumanizzazione” che lo ha ridotto a uno stato di totale annientamento della dignità umana.

L’isolamento e la “gabbia” che precedettero il gesto estremo

La sentenza scava nel profondo di quei dieci giorni che precedettero il suicidio, avvenuto il 23 maggio 2021. Balde era stato rinchiuso nel cosiddetto “ospedaletto” del Cpr, un modulo di isolamento dove venne trasferito dopo che altri ospiti avevano erroneamente ipotizzato una sua malattia della pelle (in realtà si trattava di una banale psoriasi). È in quel contesto, lontano dai suoi simili e privato di qualsiasi riferimento, che la sua psiche ha ceduto. Il tribunale ha evidenziato come “non comprendesse le ragioni del trattenimento e percepisse l’isolamento come una gabbia”; un’immagine, quest’ultima, resa ancora più angosciante dalle condizioni igieniche del luogo, dove venne persino spostato dalla stanza 11 alla 9 a causa della presenza di escrementi di piccione.

Quel luogo, descritto come un “pollaio” negli atti processuali, divenne il teatro di un graduale annientamento psicologico. I consulenti della parte civile, le cui relazioni sono state integralmente richiamate dai magistrati, hanno parlato di un meccanismo di “de-parentalizzazione” e “de-culturizzazione”: nessun operatore – né medico, né psicologo, né legale – chiese a Moussa chi lo attendesse fuori o se desiderasse contattare la sua famiglia. Non ci fu un’indagine sulla sua rete affettiva. Questa percezione di invisibilità, di essere stato cancellato dal mondo, ha contribuito in modo determinante alla scelta di compiere il gesto estremo.

Il paragone con il colonialismo e le omissioni colpose

Uno dei passaggi più forti delle motivazioni, quello che ha suscitato il maggiore impatto nella cronaca odierna, è il paragone evocato dagli esperti. Il consulente incaricato ha accostato quelle condizioni a “dinamiche proprie del colonialismo”, richiamando alla mente un retaggio storico di sopraffazione e negazione dell’altro. Una definizione, quella di “animalizzazione”, che il giudice ha fatto propria per descrivere l’esperienza di Moussa, un ragazzo che, invece di trovare assistenza dopo l’aggressione subita, è stato relegato in uno spazio che lo spersonalizzava.

Sul versante delle responsabilità penali, la condanna all’ex direttrice (e in solido alla società Gepsa, che all’epoca gestiva i servizi del centro) si basa sull’accusa di “grave negligenza”. I giudici hanno ritenuto che la gestione della struttura non abbia saputo intercettare il disagio di un ragazzo vulnerabile, né abbia fornito il supporto medico e psicologico necessario, nonostante la chiara condizione di fragilità del trattenuto. I familiari della vittima, costituitisi parte civile con i legali Gianluca Vitale e Laura Martinelli, hanno ottenuto una provvisionale di 400mila euro, mentre altre somme sono state destinate all’Asgi, all’associazione Frantz Fanon e al garante del Comune di Torino per i diritti dei detenuti.

La ferita ancora aperta della città

Mentre la macchina della giustizia mette nero su bianco questi concetti, la manifestazione di stamani ha riportato l’attenzione sulla dimensione umana di quella morte. L’iniziativa “Un fiore per Moussa Balde” non è stata solo un atto simbolico: rappresenta la persistenza di un dibattito politico e sociale acceso riguardo all’esistenza stessa dei Cpr sul territorio nazionale. La presenza di decine di persone, tra cui la garante dei detenuti Diletta Berardinetti che è entrata nella struttura per deporre un mazzo di fiori, testimonia come il sacrificio di Moussa sia diventato, agli occhi dei manifestanti, il “volto di un sistema disumano”.

La durezza delle parole contenute nella sentenza del giudice Canavere, che parla esplicitamente di “totale annientamento della dignità umana”, fornisce ora un crudo sostrato giuridico a quella protesta. La vicenda di Moussa Balde si conferma così uno degli episodi più bui nella storia recente della gestione dei flussi migratori in Italia, un caso in cui l’inerzia e l’abbandono hanno prodotto una tragedia che la città, a distanza di un lustro, non intende archiviare né dimenticare.

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