Le bici costano troppo e i ciclisti non ci stanno

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il mercato della bicicletta, che pure aveva conosciuto una fase di espansione notevole, si trova oggi a fare i conti con un malessere profondo e diffuso, espresso senza mezzi termini da chi, di quel mondo, è l’ossatura portante: i ciclisti stessi. La percezione, ormai divenuta convinzione radicata, è che i prezzi abbiano oltrepassato ogni ragionevole soglia, spingendosi verso livelli che molti giudicano insensati se paragonati non solo al passato prossimo ma anche al valore intrinseco del prodotto. Si osserva, non senza una punta di sconcerto, come una top di gamma a due ruote possa superare i settemila euro, una cifra che, come qualcuno fa notare, supera il costo di una motocicletta di alta gamma, un paragone che lascia interdetti e alimenta un dibattito acceso sulla reale giustificazione di tali cifre.

Il paragone con le due ruote a motore

La riflessione più spontanea, che sorge inevitabile tra gli appassionati con una lunga esperienza alle spalle, riguarda il confronto con l’universo motociclistico. C’è chi, come Alessandro, ciclista amatoriale da un quarto di secolo, possiede una bici il cui prezzo supera quello di una Ktm top di gamma, e si chiede apertamente dove risieda la logica in questa disparità. Se il valore medio di una bicicletta di fascia alta si aggira ormai attorno a quella soglia, verrebbe da domandarsi per quale motivo una moto di pari livello non dovrebbe costare decine di migliaia di euro, un ragionamento che evidenzia una sproporzione difficile da digerire e che mette in discussione i fondamenti stessi della valutazione del prodotto.

La trasformazione in "smartphone a pedali"

Al centro della protesta silenziosa ma determinata non c’è solo il numero in sé, quanto la percezione di una deriva tecnologica che ha stravolto la natura essenziale del mezzo. La bicicletta, come qualcuno osserva con amarezza, non è più considerata un semplice mezzo meccanico ma è diventata uno "smartphone a pedali", un concentrato di elettronica e complicazioni ritenute superflue. Si rimpiange l’epoca in cui, con gruppi meccanici a otto o nove rapporti e una doppia corona, si gareggiava ai massimi livelli, citando atlete del calibro di Paola Pezzo, campionessa olimpica, a dimostrazione del fatto che l’essenza della performance non risiedesse nella moltiplicazione dei rapporti o nell’avvento del cambio elettrico, considerato da alcuni una soluzione a un problema inesistente.

La risposta del mercato e l'alternativa orientale

Questo clima di insoddisfazione, che traspare vividamente dalle discussioni nate attorno a casi specifici come quello dell’azienda Wilier Triestina, non è un fenomeno isolato ma un sintomo di un disagio più ampio, fatto di distanza tra produttori e utilizzatori finali e di una fiducia che si è incrinata. La conseguenza più immediata, come prevedibile, è una riconfigurazione del mercato: molti ciclisti, alla ricerca di un rapporto qualità-prezzo più equilibrato, si stanno già rivolgendo verso telai e componenti costruiti in Oriente, dove i listini mantengono una ragionevolezza che in Italia e in Europa sembra essersi smarrita. Si profila, in altre parole, uno spostamento d’interesse verso chi offre prodotti dalle prestazioni analoghe a prezzi più accessibili, un segnale che le aziende storiche faticano a ignorare.

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