Gaza, tra crimini e indifferenza: cinquanta mila sudari per non dimenticare

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre a Torino si prepara l’iniziativa "50.000 sudari, uno per ogni vita spezzata", con l’hashtag #ultimogiornodigaza a ricordare le vittime di un conflitto che ha superato i sessanta mila morti e due milioni di sfollati, il silenzio della politica internazionale continua a pesare come una colpa collettiva. Emergency, basandosi sui dati dell’Ocha (l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari), dipinge un quadro in cui la Striscia è ormai un cumulo di macerie, dove persino i bambini – quelli che ancora sopravvivono – sono ridotti a "scheletri rivestiti di carta velina", come racconta una giornalista newyorkese giunta in Italia per il Salone del Libro, mostrando chat e video condivisi da donne palestinesi.

Quello che sta accadendo a Gaza non è solo una guerra, ma una sistematica cancellazione di un popolo, condotta con una ferocia che ricorda le pagine più buie della storia coloniale. Eppure, mentre le bombe continuano a cadere, l’Europa e gli Stati Uniti – dove Donald Trump è di nuovo presidente – sembrano paralizzati, incapaci persino di organizzare grandi manifestazioni di protesta, come se il conflitto fosse una questione lontana, quasi fastidiosa da affrontare. Netanyahu, da parte sua, ha trasformato la risposta ad Hamas in una caccia senza quartiere, colpendo non solo i miliziani ma intere famiglie, ospedali, scuole.

C’è chi, citando il monaco cistercense Arnaud Amaury – a cui si attribuisce la frase "Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi" durante il massacro di Béziers nel 1209 – vede in questa strage un’eco medievale, un orrore che si ripete sotto gli occhi di un Occidente che si professa civilizzato ma che, di fronte al sangue versato, preferisce voltarsi dall’altra parte. La complicità, quando non è diretta, si nasconde dietro l’inerzia: quella di chi potrebbe fermare le armi ma non lo fa, quella di chi condanna a parole ma non agisce.

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