Zelensky: gli Usa hanno chiesto il nostro aiuto contro i droni in Medio Oriente

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La geometria dei conflitti contemporanei, si sa, è tutt’altro che lineare, e l’ultima evoluzione della crisi mediorientale ne offre una riprova lampante, chiamando in causa un attore che fino a ieri era percepito prevalentemente come beneficiario di assistenza militare. Volodymyr Zelensky, nel suo consueto discorso serale, ha rivelato che Washington ha formalmente richiesto a Kiev un supporto tecnico e operativo per contrastare la minaccia dei droni di fabbricazione iraniana, quegli stessi Shahed che da anni martoriano le città ucraine. Una richiesta, questa, che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha prontamente accolto con una dichiarazione alla Reuters, manifestando la propria disponibilità ad accettare “qualsiasi tipo di assistenza da qualsiasi Paese”, in un’intervista in cui ha sottolineato la natura pragmatica della sua amministrazione. La notizia, rilanciata giovedì 5 marzo, giunge in un momento di profonda ridefinizione degli equilibri, a pochi giorni dall’inizio dell’offensiva congiunta israelo-statunitense contro obiettivi militari e governativi in Iran, un’operazione che ha già causato centinaia di vittime e che ha visto Teheran rispondere con pesanti controffensive missilistiche su basi nemiche nella regione.

Il know-how ucraino diventa un asset per il Pentagono

L’elemento di novità, e non è secondario, risiede proprio nella natura di questa cooperazione: l’amministrazione Trump non avrebbe chiesto sistemi d’arma complessi o truppe, bensì competenze e tecnologie specifiche. Kiev, costretta a sviluppare soluzioni rapide ed economiche per far fronte alla soverchiante potenza aerea russa, è diventata un laboratorio a cielo aperto per la guerra dei droni. I sistemi di intercettazione a basso costo, con un costo stimato di appena mille dollari l’uno, rappresentano una risorsa tattica che il Pentagono intende studiare e, probabilmente, acquisire per proteggere le proprie installazioni e quelle alleate nel Golfo Persico, dove i costosi missili Patriot iniziano a scarseggiare. Zelensky, dal canto suo, ha già impartito disposizioni per l’invio di specialisti e dei mezzi necessari, sottolineando come la sua nazione possa offrire “supporto specifico” e un’esperienza maturata sul campo, fatta di migliaia di ore di combattimento contro le stesse macchine volanti che ora minacciano il Medio Oriente.

L’appello di Kallas e il riposizionamento delle alleanze

A questa inedita dinamica si aggiunge la spinta diplomatica dell’Alta rappresentante dell’Unione europea, Kaja Kallas, che ha esortato i paesi del Golfo a collaborare strettamente con l’Ucraina proprio sulle tecnologie di intercettazione. L’Alto rappresentante, con una dichiarazione rilasciata da Bruxelles, ha sottolineato come i droni che quotidianamente colpiscono Kiev siano gli stessi che ora seminano il panico in Medio Oriente, auspicando che il sostegno, finora prevalentemente unidirezionale verso l’Ucraina, possa oggi trasformarsi in una partnership più equilibrata. Le parole di Kallas, che ha evidenziato come l’Ucraina possa “condividere queste conoscenze” per incrementare la produzione regionale di sistemi anti-drone, trovano riscontro nelle interlocuzioni che lo stesso Zelensky ha avuto con i leader di Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Giordania e Kuwait, paesi direttamente esposti alla minaccia iraniana e interessati a uno scambio di tecnologie.

La rivincita tecnologica di Kiev sullo scacchiere globale

La circostanza assume un rilievo particolare se letta alla luce delle recenti dinamiche negoziali tra Washington e Mosca, in cui Kiev era spesso relegata a un ruolo secondario. L’amministrazione Trump, che in passato non aveva risparmiato critiche pubbliche a Zelensky, si trova oggi nella posizione di dover sollecitare il know-how di un paese che, fino a prova contraria, era considerato il partner debole della relazione. Non si tratta, e i fatti lo dimostrano, di una semplice operazione di cosmesi politica, bensì di una necessità operativa: le scorte di intercettori occidentali si assottigliano e la produzione industriale fatica a tenere il passo di un conflitto che si estende su due fronti principali. La possibilità che l’Ucraina possa fornire non solo consulenza ma veri e propri sistemi, magari in cambio di quei missili Patriot di cui ha disperatamente bisogno per difendere la propria rete energetica, apre uno scenario di baratto militare che fino a pochi mesi fa sarebbe apparso improbabile.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.