Sala giudica "pessima" la frase di Bernini sui "poveri comunisti", la ministra non arretra

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, definisce "un'uscita assolutamente pessima" l'espressione usata dalla ministra dell'Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, verso alcuni studenti contestatori durante un incontro ad Atreju, dove li aveva apostrofati come "poveri comunisti". Sala, dopo aver visionato più volte il video dell'episodio, osserva che i giovani "non si sono posti in maniera violenta" e che, pur essendosi fatti avanti per farsi sentire, "non possiamo cadere sempre nelle solite battute", perché i temi, a suo avviso, "vanno affrontati" con un tono diverso. La sua valutazione si inserisce in un dibattito che ha oltrepassato i confini della polemica occasionale, toccando questioni di metodo e sostanza nel confronto pubblico, in un periodo segnato da tensioni sociali e politiche.

Lo scontro diretto e il clima politico

L'episodio originario, avvenuto nel corso di un dibattito sull'università, ha visto la ministra Bernini reagire ai fischi e alle interruzioni di due esponenti dell'Unione degli Universitari (Udu) con quella che è apparsa a molti, incluso il sindaco milanese, una chiusura sprezzante più che un argomento. Il sale della democrazia, come spesso si ricorda, risiede nel confronto aperto, e proprio per questo l'invito rivolto dalla ministra in quel frangente – «Uno di voi salga sul palco per dire come la pensa» – avrebbe potuto configurare un'apertura, se non fosse stato seguito dall'etichetta riduttiva che ha polarizzato ulteriormente la discussione. Quel momento, in realtà, riflette un clima più ampio, fatto di scioperi, di scontri verbali e fisici tra fazioni, come quelli recenti tra sindacalisti a Genova, e del dibattito infuocato sulla Manovra, dove ogni posizione sembra cristallizzarsi in opposte trincee.

Le ragioni della protesta e il nodo della riforma

Al centro della contestazione studentesca, che nulla aveva di astrattamente ideologico, c'era una misura concreta e molto discussa: la riforma del cosiddetto "semestre filtro" per l'accesso alle facoltà di medicina, odontoiatria e veterinaria. Il nuovo meccanismo, che vincola l'immatricolazione definitiva al superamento di tre esami specifici – chimica, fisica e biologia – entro i primi tre mesi di lezioni, è visto da una parte degli studenti come un innalzamento della soglia di rischio, tale da poter comportare la perdita di un intero anno accademico in caso di insuccesso. Sono queste preoccupazioni tecniche, legate al percorso di studio, ad aver animato la protesta, rendendo la risposta della ministra ancor più stridente rispetto alle concrete richieste di dialogo avanzate dai giovani.

La non-retromarcia di Bernini e l'inasprimento del tono

Se da un lato le critiche, come quella di Sala, si sono concentrate sul peso delle parole e sulla necessità di un rispetto di base nelle istituzioni, dall'altro la ministra Bernini ha scelto la strada dell'inasprimento, senza mostrare segni di marcia indietro. Anzi, ha raddoppiato la posta in gioco in un successivo intervento a Bologna, durante l'inaugurazione di un polo dell'Università delle Nazioni Unite, spostando ulteriormente il tiro dalla questione di merito a una categorizzazione politica della protesta. «Bisogna chiamare le cose con il loro nome – ha affermato – non è una contestazione di studenti, sono studenti dell’Unione degli Universitari, quindi piccoli Landini e piccoli Schlein che protestano perché sono contrari alla riforma». Una definizione, questa, che legge l'azione dei ragazzi non come portatrice di istanze specifiche, ma come mera estensione di logiche e leadership sindacali e politiche di area, finendo per svuotare del tutto il contenuto della loro obiezione e per alzare un muro dove altri, come il sindaco di Milano, auspicavano un canale di comunicazione.

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