Il franco svizzero vola sui mercati mentre il dollaro arretra, tra tensioni geopolitiche e attese sulla Fed

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il franco svizzero, da tempo rifugio per gli investitori in cerca di stabilità, ha toccato un livello mai visto prima nei confronti della valuta americana, con il dollaro che nel tardo pomeriggio è sceso fino a quotare 0,7735 franchi. Un deprezzamento, quello della moneta statunitense, che solo oggi ha superato lo 0,5 per cento e che segue un calo già marcato registrato nel fine settimana, quando i mercati hanno iniziato a digerire i nuovi scenari geopolitici. Venerdì, non a caso, il biglietto verde si trovava ancora saldamente al di sopra della soglia dei 78 centesimi di franco, un livello che appare ormai lontano se si considera il declino del 2 per cento dall’inizio dell’anno e quello, ancor più significativo, di quasi il 15 per cento su base annua.

Le tensioni globali e il dilemma della valuta rifugio

Sullo sfondo di questa marcata evoluzione dei cambi, che qualcuno definisce storica, si staglia un contesto internazionale radicalmente mutato, dove la diffidenza ha soppiantato la cooperazione e le vecchie sfere d’influenza tornano a delineare le relazioni tra i grandi attori globali. La ricerca di un’autonomia strategica, spinta dall’amministrazione di Donald Trump che privilegia accordi bilaterali e mette in discussione le alleanze tradizionali, sembra infatti prefigurare un ritorno a modelli di autosufficienza economica che molti ritenevano superati. In questo clima, il movimento del dollaro, seppur meno brusco rispetto all’aprile scorso quando furono annunciati dazi massimi su scala globale, è andato contromano rispetto alle attese, mentre i Treasury hanno mostrato una dinamica peculiare.

Il ruolo della Fed e il freno alla "bolla" tecnologica

A complicare il quadro per il dollaro concorrono anche le valutazioni sulle politiche della Federal Reserve, la cui direzione monetaria è osservata con attenzione dagli operatori, i quali cercano di anticipare le mosse sui tassi d’interesse in un’economia che mostra segnali contrastanti. La percezione di un possibile allentamento del ciclo di restrizione, unita alla volatilità settoriale – specialmente in quel comparto tecnologico trainato dall’intelligenza artificiale che alcuni temono sovrastimato – contribuisce a creare incertezza. Questa, a sua volta, spinge una parte dei capitali verso asset considerati più sicuri, come appunto il franco elvetico o l’oro, indebolendo ulteriormente la valuta americana nonostante il suo ruolo tradizionale di bene rifugio nei momenti di turbolenza.

L'accordo sui dazi e la sfiducia dei mercati

Un elemento non secondario, che spiega la relativa gradualità del recente deprezzamento, risiede nella scettica valutazione che gli investitori stanno dando alla possibilità di un immediato inasprimento del conflitto commerciale con l’Europa. Dopo l’intesa raggiunta a luglio, la quale aveva contenuto le tariffe transatlantiche attorno al 15 per cento, in pochi credono che Washington possa nel breve termine rinvigorire le misure protezionistiche verso il Vecchio Continente, un fatto che attutisce le reazioni di panico. Ciò non toglie, tuttavia, che la tendenza di fondo rimanga orientata verso una diversificazione delle valute di riserva e una cautela maggiore, la quale penalizza il dollaro e premia quelle monete associate a economie con forti bilanci commerciali e politiche fiscali ritenute prudenti.

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