La Fed frena sui tassi mentre l’inflazione e le tensioni geopolitiche complicano la ripresa
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Redazione Economia
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Gli ultimi sviluppi macroeconomici negli Stati Uniti, uniti alle turbolenze politiche e alle incertezze sui mercati globali, stanno delineando uno scenario complesso per la Federal Reserve, costretta a mantenere una posizione cauta nonostante le pressioni per un allentamento della politica monetaria. A marzo, l’istituto guidato da Jerome Powell ha confermato i tassi invariati, ma ha rivisto al rialzo le stime sull’inflazione e al ribasso quelle sulla crescita, segnalando una fase di transizione più lunga del previsto.
Se a febbraio l’inflazione ha mostrato un lieve calo, passando dal 3% al 2,8%, superando comunque le aspettative, la prospettiva di un rallentamento economico ha contribuito a ridurre i rendimenti dei Treasury, con il decennale sceso al 4,28% dopo i picchi di gennaio, quando aveva sfiorato il 4,80%. Un movimento che riflette i timori degli investitori, i quali, pur riconoscendo la resilienza dell’economia americana, iniziano a valutare con maggiore attenzione i rischi di una contrazione.
Intanto, in Germania, il raggiungimento di un accordo sulla sospensione del freno al debito pubblico non ha scosso più di tanto i mercati, dimostrando come l’attenzione rimanga focalizzata sulle mosse della Fed e sulle possibili ripercussioni delle politiche commerciali statunitensi. La nuova guerra dei dazi annunciata da Donald Trump, infatti, potrebbe complicare ulteriormente il quadro, introducendo elementi di volatilità sui prezzi e influenzando le scelte della banca centrale.
Andrea Ferretti, nel suo ultimo approfondimento, ha sottolineato proprio questo delicato equilibrio tra politica monetaria e scelte protezionistiche, evidenziando come le tensioni commerciali possano ripercuotersi sull’inflazione e, di conseguenza, sulle decisioni della Fed. Se da un lato l’istituto cerca di evitare un’eccessiva stretta creditizia che potrebbe soffocare la crescita, dall’altro deve fare i conti con un’inflazione che fatica a rientrare stabilmente nel target del 2%.
In questo contesto, anche i bond high yield potrebbero risentire delle nuove dinamiche, con le società più indebitate chiamate a navigare in acque più agitate. Se da un lato tassi più alti a lungo termine aumentano il costo del debito, dall’altro un eventuale rallentamento della crescita rischia di mettere a dura prova la capacità di ripagare gli obbligazionisti.




