Iran, Izadi: “Trump ha fallito, attacco ha unito iraniani più di qualsiasi leader”
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Redazione Esteri
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Tredicesimo giorno di guerra, e mentre i raid notturni scuotono Teheran con un’intensità che i residenti descrivono come mai vista prima – lampi che illuminano il cielo ed esplosioni tanto vicine da far tremare la terra –, dall’università della capitale iraniana arriva una lettura politica netta sull’esito dell’operazione militare voluta da Donald Trump. Foad Izadi, professore di Relazioni internazionali all’ateneo teheranico, in un’intervista rilasciata ad Adnkronos non usa giri di parole: l’obiettivo dichiarato del presidente americano, quel regime change che lo stesso inquilino della Casa Bianca aveva più volte evocato, si è trasformato in un boomerang. “Trump ha attaccato l’Iran per fare un ‘regime change’. Lo ha detto lui stesso, non è una mia analisi. E ha fallito”, scandisce Izadi, sottolineando come l’effetto concreto dell’offensiva – lungi dal dividere o indebolire il Paese – abbia invece prodotto un collante sociale inaspettato. Il presidente statunitense, prosegue l’accademico, “è riuscito da solo a unire gli iraniani più di quanto qualsiasi leader iraniano avrebbe mai potuto fare”. Un’analisi che rovescia la narrazione bellica americana, poggiando su un dato che Izadi considera oggettivo: la coesione interna, in questi frangenti, si è rafforzata proprio in reazione alla pressione esterna.
La strategia del cambio di regime e il paradosso della resistenza
L’operazione militare, che secondo le premesse della Casa Bianca doveva essere rapida e risolutiva – qualcuno l’aveva ribattezzata fast and furious –, si sta rivelando un groviglio di difficoltà sul campo e di messaggi contraddittori provenienti dall’amministrazione americana. Se da un lato il Pentagono intensifica le incursioni, con bombardieri B-2 che sganciano ordigni penetratori su infrastrutture sotterranee e siti missilistici nascosti anche nei pressi del Damavand -2, dall’altro l’opinione pubblica e una parte dell’establishment politico americano mostrano crepe preoccupanti per Trump. Le voci che emergono da Washington, raccolte da testate internazionali come la BBC e Al Jazeera, parlano di divisioni interne all’amministrazione sulla conduzione del conflitto e di una crescente impopolarità dell’intervento, soprattutto in assenza di un piano chiaro per il day after e con lo spettro di un coinvolgimento terrestre che nessuno, a partire dalla base elettorale del presidente, sembra desiderare. I sondaggi citati da alcuni analisti indicano un sostegno popolare alla guerra sorprendentemente basso, attorno a un quarto degli americani, un dato che rende l’operazione iraniana assai diversa da conflitti passati come l’invasione dell’Iraq nel 2003.
Gerusalemme ovest e il timore di una guerra senza fine
Sul fronte israeliano, la percezione del conflitto è altrettanto complessa. Nelle strade di Gerusalemme Ovest, come racconta un commerciante incontrato al Cookie Cafè di via Giaffa, la quotidianità è segnata dall’allarme per i lanci di missili iraniani – la sirena che costringe i clienti a lasciare i tavoli per cercare riparo negli edifici – ma anche da un timore di fondo, più strategico che immediato. Yaacov Aroni, un uomo sulla cinquantina, confida la sua convinzione che questa non sarà una schermaglia breve: “Sarà un conflitto lungo, dobbiamo rassegnarci a questi lanci, andranno avanti per molto tempo, forse per mesi”. A questa preoccupazione popolare si aggiunge un retroscena diplomatico non secondario: Israele teme che Donald Trump possa frenare l’offensiva, magari in nome di un disimpegno rapido che cozzi con le esigenze di sicurezza a lungo termine di Tel Aviv. Il groviglio di messaggi che arriva da Washington – tra chi ipotizza una vittoria imminente e chi, come lo stesso Trump, rilascia dichiarazioni ondivaghe su durata e obiettivi della campagna – alimenta un clima di incertezza che coinvolge governanti e cittadini.
La nuova guida e il messaggio di sfida dallo stretto di Hormuz
In questo quadro di guerra e tensioni diplomatiche, si inserisce la prima presa di posizione pubblica di Mojtaba Khamenei, nominato nuova Guida Suprema dopo la morte del padre Ali, avvenuta nei primi giorni del conflitto. Il nuovo leader, che per ragioni di sicurezza non è ancora apparso in pubblico e la cui salute è oggetto di voci contrastanti – fonti vicine al regime lo danno ferito ma vivo -5-8 –, ha diffuso un messaggio attraverso la televisione di Stato. Letto da una presentatrice, il testo non lascia spazio a fraintendimenti circa la continuità della linea politica: lo stretto di Hormuz, punto nevralgico per il transito petrolifero globale, rimarrà bloccato e continuerà a essere usato come leva strategica. Il nuovo Khamenei, riprendendo una retorica che non concede spiragli a ipotesi negoziali, chiede la chiusura delle basi militari statunitensi nella regione e promette vendetta per i civili uccisi, citando in particolare la strage di Minab. La sua intronizzazione, avvenuta mentre il Paese è sotto le bombe, rappresenta un passaggio di consegne che, nelle parole di Izadi, si muoverà nel solco tracciato dal padre, spinto non da sentimenti personali di rivalsa – questo ci tiene a precisare l’analista – ma dalla necessità di garantire che attacchi come quello che ha causato oltre 1.500 vittime civili non si ripetano. La difesa del territorio, in questa fase, diventa la principale ragion d’essere della leadership, e l’unità nazionale richiamata da Izadi sembra essere, agli occhi del regime, l’argine più solido contro la pressione militare esterna.




