Il padre di Alex Pineschi: “Non era un mercenario”. L’ultimo messaggio del contractor ucciso in Ucraina

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Redazione Interno Redazione Interno   -   In località Fornola, sulla sponda destra del Magra, dietro al bancone di un negozio di elettronica, Andrea Pineschi prova a ricostruire gli ultimi, drammatici istanti della vita del figlio, Alex, morto a 42 anni nel Donbass. «Mi raccomando, lo scriva: mio figlio non era un mercenario, non lo faceva per soldi», sottolinea con voce rotta il padre, che ha perso l’unico erede dopo essere rimasto vedovo anni fa.

Un dolore che si intreccia all’orgoglio per quell’uomo che, secondo quanto ricostruito, avrebbe potuto tranquillamente vivere degli introiti del poligono di tiro di Pavia, delle rendite personali o dei libri che aveva pubblicato – tra cui “Peshmerga. Di fronte alla morte” –, e che invece ha scelto di non abbandonare il teatro di guerra ucraino. È lo stesso genitore a rivelare il contenuto di un messaggio ricevuto post mortem sul cellulare, una pratica che aiuta a sostituire le vecchie lettere dei soldati: «Papà se mai leggerai questo messaggio vorrà dire che non ci sarò più.

Sarei potuto tornare indietro ma non l’ho fatto perché ho visto delle cose orribili che si scontrano con la mia coerenza, e quindi ho deciso di rimanere qui per difendere queste persone dai soprusi».

L’addestramento segreto e la chiamata dal fronte

La sua ultima missione, spiega il padre ai cronisti che lo raggiungono nella sua attività commerciale, non era iniziata nemmeno in Ucraina. Alex, ex alpino con un passato di volontario tra i peshmerga curdi contro l’Isis, era partito a dicembre del 2025 con un incarico preciso: condurre addestramento del personale destinato al fronte, ma stando in un Paese dell’Est Europa confinante con il teatro di guerra. Era quindi tenuto al silenzio assoluto per motivi di sicurezza, senza possibilità di condividere dettagli come la geolocalizzazione.

Poi, verso i primi di febbraio, la telefonata che ha cambiato tutto: «Papà, mi sono fermato qua». «Qua dove?», ha chiesto lui d’istinto, scoprendo poco dopo che il figlio aveva varcato il confine ed era già nel Donbass, seguito il gruppo di reclute e iniziato ad addestrarle direttamente sotto il fuoco nemico, in una progressione che lo ha portato a entrare nell’ottavo reggimento operazioni speciali (Sso), noto come "Team Green Badgers".

L’attacco del drone e le procedure di rimpatrio

La notizia della morte è stata diffusa per prima dall’associazione Memorial e successivamente confermata dai racconti dei commilitoni. Era il 23 maggio scorso, nei pressi della città di Lyman, un’area simbolo dei sanguinosi contrattacchi in questa fase del conflitto. Secondo la ricostruzione fornita ad Andrea Pineschi, il gruppo stava rientrando da un’operazione quando una parte della squadra è rimasta indietro. Alex, che aveva già superato la cosiddetta "linea rossa" mettendosi in salvo, non ha esitato a tornare indietro per aiutare i compagni.

In quell’esatto momento, racconta il padre, sono stati colpiti da un drone: nessuno è sopravvissuto. A quel punto sono scattate le procedure che coinvolgono il Consolato a Kiev, sebbene l’iter si annunci lungo e doloroso. «Ci vorranno almeno due settimane – spiega il genitore –. Dovrò contattare un’agenzia funebre internazionale e il trasporto sarà a mie spese». I funerali si terranno nella cattedrale della Spezia, mentre in Ucraina è già stata celebrata una funzione commemorativa militare dopo il riconoscimento della salma avvenuto giovedì scorso.

Un idealista sotto inchiesta (e poi archiviato)

Non è la prima volta, del resto, che la figura di Pineschi finisce al centro dell’attenzione non solo per il suo coraggio, ma anche per la sottile linea che separa, in ambito giuridico italiano, il "volontario" dal "mercenario". Già al rientro dall’Iraq nel 2015 – dove era stato il primo italiano a partire per combattere l’Isis – la Procura della Spezia aveva avviato un’indagine nei suoi confronti, sospettando appunto che agisse per denaro.

Ma il procedimento si è concluso con l’archiviazione (richiesta dalla stessa magistratura) perché il suo ruolo venne inquadrato come quello di un combattente per ideali, un volontario. Lo stesso Pineschi, in una vecchia intervista rilasciata nel 2017, aveva chiarito il suo credo: «Pagato per combattere? No, pagato, quel che basta per sopravvivere, per addestrare. Se una persona mi chiedesse perché ho deciso di combattere, io risponderei: perché ho visto una causa per la quale valesse la pena rischiare».

Un’etica, quella del sacrificio, che lo ha portato a indossare solo negli ultimi giorni una fascia con il monito "Memento Mori", come ha rivelato il padre, quasi a suggellare la consapevolezza di un epilogo ormai inevitabile per chi, come lui, tornava indietro mentre gli altri scappavano.

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