Alex Pineschi, il contractor italiano ucciso in Ucraina: l’ex alpino morto nel Donbass
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Redazione Esteri
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Aveva scelto di tornare nel fuoco, forse perché l’ombra della guerra, una volta incontrata, non si cancella più. Alex Pineschi, 42 anni, originario di La Spezia, è stato ucciso nel Donbass mentre combatteva con le forze di Kiev. A darne l’annuncio, attraverso un post su Facebook ripreso poi dall’associazione Memorial, è stata la cerchia dei volontari internazionali che lo hanno definito “fratello”, sottolineando come la morte sia avvenuta “sul campo di battaglia”.
Il corpo, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe già stato recuperato e si troverebbe in obitorio, in attesa di sviluppi che al momento restano confinati al silenzio delle cancellerie. La notizia, non ancora confermata ufficialmente dalle istituzioni italiane, ha trovato eco soprattutto nella sua città natale, dove Pineschi era una figura conosciuta sia per le sue esperienze belliche sia per la sua attività di formatore e scrittore.
La parabola di un militare tra i curdi e l’intelligence ucraina
Per comprendere la figura di Pineschi, bisogna inevitabilmente riavvolgere il nastro a prima del 2022. Ex alpino, aveva prestato servizio nell’8° Reggimento dell’Esercito italiano prima di passare al settore della sicurezza privata, un passaggio che lo ha portato a calcare i teatri di guerra più aspri del Medio Oriente. Dal 2014 al 2019 si trovava nel Kurdistan iracheno, dove ha addestrato e combattuto a fianco dei peshmerga contro lo Stato Islamico, un’esperienza che ha poi riversato in un libro intitolato “Peshmerga”.
Proprio al rientro da quella missione, dovette vedersela con la giustizia italiana: fu indagato dalla Procura della Spezia con l’accusa di mercenariato, un procedimento che si concluse con un’archiviazione – su richiesta del pm – proprio perché venne riconosciuta la natura volontaria e non mercenaria della sua presenza in Iraq.
Una volta iniziata l’invasione russa dell’Ucraina, non ci sono state esitazioni: ha sottoscritto un contratto con le forze armate di Kiev, venendo inquadrato presumibilmente nei reparti speciali dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino.
Il mestiere delle armi e il passaggio alla formazione tattica
La sua vita non era solo fatta di trincee e operazioni. A La Spezia, Pineschi era conosciuto anche per un’altra attività, quella di istruttore. Aveva fondato Ap Tac Tactical Training, una realtà specializzata nell’insegnamento del tiro e delle tattiche difensive per forze di polizia e unità speciali; nella sua carriera, come riportato dai profili dedicati alla formazione, ha ricoperto ruoli di direttore in centri addestrativi in Medio Oriente, curando programmi per la modernizzazione delle capacità operative locali.
Una sorta di continuità ideale tra il servizio attivo e la trasmissione del know-how, vissuta però sempre con un profilo piuttosto basso, quasi in contrasto con la violenza che lo circondava. Lascia così il ritratto di un professionista navigato, che ha saputo muoversi tra i regolari eserciti, le milizie curde e le forze speciali, portando con sé quella consapevolezza – spesso citata nei suoi interventi social – che il ritorno alla vita civile è forse la battaglia più insidiosa.
L’eco delle ultime parole prima del silenzio
Nell’era dei conflitti digitalizzati, anche la morte di un contractor assume i contorni di un post e di un video. Sul suo profilo Instagram, Pineschi aveva lasciato una testimonianza che ora suona come un testamento spirituale. “Nessuno ti insegna a tornare dalla guerra”, scriveva. “A passare dal suono dei colpi al silenzio di una stanza. A dormire tranquillo dopo anni passati sveglio. A camminare tra la gente come se niente fosse, mentre dentro non è più niente come prima”.
Parole che scandiscono il dramma psicologico di chi ha fatto della sopravvivenza una professione, e che nelle settimane precedenti la sua scomparsa – avvenuta lo scorso 23 maggio, secondo le fonti locali – avevano trovato ulteriore sviluppo in riflessioni sulla necessità di “combattere contro se stessi” dopo la fine della missione. Con la sua morte, viene meno una di quelle voci che tentavano di raccontare, senza retorica, l’abisso tra l’operatore speciale e l’uomo comune.




