Iperammortamento, la svolta della territorialità e il nodo concordati per le partite Iva

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La Legge di Bilancio 2026 ha ridisegnato il panorama degli incentivi agli investimenti, reintroducendo il meccanismo dell'iperammortamento, che va a sostituire i precedenti crediti relativi alla Transizione 4.0 e 5.0. Il nuovo schema, valido per le spese sostenute tra il 2026 e il 2028, prevede una maggiorazione della quota di ammortamento fiscale che può raggiungere, in determinate condizioni, la soglia del 180 per cento del costo del bene acquisito. Una novità sostanziale, sulla quale il viceministro all'Economia Maurizio Leo ha recentemente offerto importanti chiarimenti, riguarda i criteri di territorialità: l'agevolazione, infatti, potrebbe non essere più circoscritta ai soli beni prodotti nell'Unione europea o nello Spazio economico europeo, aprendosi a una platea più ampia di forniture. Questa potenziale estensione, che appare ormai concreta, modificherebbe profondamente l'approccio precedente, allargando gli orizzonti delle imprese italiane nella scelta delle tecnologie più avanzate, a prescindere dalla loro origine geografica.

La spinta politica per l'apertura extra-Ue

Il percorso verso questa evoluzione normativa ha trovato un'accelerazione in Parlamento, dove sono state depositate specifiche sollecitazioni al Governo. Luca Toccalini, esponente della Legga, ha espresso soddisfazione per l'approvazione di un suo ordine del giorno in Commissione alla Camera, il quale impegna l'Esecutivo a rimuovere la limitazione ai beni "made in Ue" il prima possibile. "Bene l'apertura almeno ai Paesi del G7", ha dichiarato Toccalini, sottolineando come questa mossa possa "sbloccare il mercato italiano" e attrarre capitali. Una posizione analoga è stata espressa anche da un esponente di Forza Italia, il quale ha ribadito come la proposta di estendere l'iperammortamento ai beni prodotti fuori dai confini dell'Unione sia stata recepita dal Governo, rappresentando un segnale positivo per la competitività del sistema produttivo nazionale.

Il biennio cruciale per le partite Iva in concordato

Parallelamente alla discussione sugli incentivi, si profila una scadenza delicata per una fetta significativa di professionisti e piccoli imprenditori. Coloro i quali, tra le partite Iva, furono tra i primi ad aderire al concordato preventivo con il Fisco, si trovano infatti a dover valutare se rinnovare l'accordo per il biennio 2026-2027. La decisione non è automatica e richiede un'attenta analisi, a partire dal confronto tra il reddito proposto dall'Agenzia delle Entrate nelle annualità precedenti e quello effettivamente realizzato nel 2024 e nel 2025. Questa valutazione è cruciale, poiché un'eventuale nuova adesione comporta delle implicazioni dirette sulla possibilità di accedere ad altre agevolazioni.

Il dilemma tra accordo fiscale e accesso agli incentivi

Proprio qui si nasconde una delle insidie maggiori del meccanismo, poiché l'opzione per il concordato biennale rischierebbe di precludere, di fatto, la fruizione dei nuovi incentivi per l'acquisto di beni strumentali, come il rilanciato iperammortamento. Si crea dunque un cortocircuito normativo che impone alle imprese e ai professionisti una scelta ponderata: da un lato la certezza di un regime fiscale agevolato e concordato per due anni, dall'altro la possibilità di beneficiare delle consistenti detrazioni per gli investimenti in macchinari, attrezzature e tecnologie digitali. Una decisione complessa, che dovrà essere calibrata sulla base dei flussi di cassa attesi e dei piani di sviluppo aziendale, in un quadro normativo in evoluzione che promette maggior flessibilità sulla provenienza dei beni ma che ancora non scioglie tutti i nodi applicativi.

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