La smentita come arma: perché il “non attaccheremo l’Europa” del Cremlino non deve rassicurarci

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La rassicurazione arriva puntuale, quasi rituale. In meno di due settimane, a settembre, il Cremlino ha ripetuto almeno quattro volte che la Russia non ha intenzione di attaccare l’Europa. Parole che dovrebbero suonare come una distensione, ma che secondo l’analisi di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia all’Università di Bologna ed esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva, vanno lette con tutt’altro spirito.

Non è un caso che la smentita arrivi proprio mentre Mosca alza il tiro su altri fronti, indicando le fabbriche europee che producono armi per Kiev come obiettivi militari legittimi, anche quando si trovano fuori dal territorio ucraino. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha spiegato che non si deve presumere che quegli stabilimenti siano al sicuro solo perché situati in Polonia o in Germania, una posizione che suona come una minaccia più che come una garanzia. La rassicurazione, insomma, non cancella l’avvertimento; lo accompagna, quasi a voler confondere le carte.

Il precedente ucraino e la lezione dei ponti di Kiev

Per capire perché le parole del Cremlino non debbano bastare, conviene guardare a ciò che accade sul terreno. Nelle stesse settimane in cui Mosca ripete di non voler colpire l’Europa, i droni russi hanno preso di mira per la prima volta i ponti della capitale ucraina, la cosiddetta Ponte Sud, un’arteria vitale che collega le due rive del Dnepr e su cui transitano ogni giorno migliaia di pendolari, merci e persino i treni della metropolitana. L’attacco ha danneggiato la struttura, i sostegni e la carreggiata, costringendo le autorità a sospendere il traffico e a verificarne la tenuta.

Non è un dettaglio da poco: colpire un’infrastruttura civile in una capitale significa che la soglia di ciò che Mosca considera un obiettivo militare accettabile si sta abbassando, o forse che quella soglia non è mai stata davvero così rigida. La logica che emerge è quella di una guerra che non si limita al fronte, ma cerca di paralizzare la vita quotidiana e la capacità di resistenza della popolazione. Se questo è il metro applicato in Ucraina, è difficile credere che esista una linea invalicabile che protegge automaticamente Varsavia o Berlino.

Una guerra ibrida già in corso

La verità, dicono gli analisti, è che l’Europa è già dentro un conflitto a bassa intensità che non richiede carri armati alle frontiere. Il Parlamento europeo, in una risoluzione discussa e votata a settembre, ha elencato con precisione le tipologie di attacco ibrido attribuite alla Russia e ai suoi intermediari: incursioni di droni, violazioni dello spazio aereo, sabotaggi di infrastrutture critiche e cavi sottomarini, attacchi informatici, incendi dolosi, complotti omicidi e persino l’uso strumentale dei flussi migratori.

Obiettivi che non mirano solo a creare caos, ma a minare la fiducia nelle istituzioni democratiche, manipolare i processi decisionali e alimentare le divisioni politiche interne. È una strategia che non punta a vincere una battaglia campale, ma a logorare la coesione dell’avversario dall’interno. Quando la portavoce Zakharova annuncia che le fabbriche di armi sono bersagli potenziali, sta semplicemente rendendo esplicito ciò che la dottrina russa considera già parte del campo di battaglia.

La smentita sull’Europa, in questo quadro, serve a guadagnare tempo e a seminare dubbi sulla necessità stessa di rafforzare le difese.

Perché la deterrenza resta l’unica garanzia

Se le parole non bastano, e i fatti sul terreno indicano il contrario, allora la vera rassicurazione per gli europei non può che venire dalla capacità di rendere qualsiasi aggressione troppo costosa per Mosca. È il principio della deterrenza, che non si costruisce con le dichiarazioni ma con la credibilità militare, industriale e politica. Significa produrre armi, proteggere le infrastrutture critiche, investire in capacità informatiche sovrane e, soprattutto, non trattare ogni avvertimento del Cremlino come una semplice mossa diplomatica.

La storia recente insegna che le rassicurazioni verbali di un attore che continua a colpire obiettivi civili e a minacciare stabilimenti industriali altrui valgono poco. La partita, come scrive Pagani, si gioca sulla capacità di non farsi trovare impreparati davanti a una guerra che l’Europa non ha ancora pienamente riconosciuto come tale.

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