David di donatello, il cinema italiano si spacca tra boicottaggio e appelli al quirinale

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non sarà una festa, il 6 maggio, quando i David di donatello illumineranno Cinecittà. Almeno, questo è quanto lascia intendere il clima di forte nervosismo che da settimane attraversa il mondo del cinema italiano, un settore che, va detto senza giri di parole, sta attraversando una delle sue fasi più opache. Perché se è vero che i premi rappresentano solitamente un momento di celebrazione, stavolta l’ombra della contestazione è più lunga del red carpet: zero film italiani al festival di Berlino, zero a Cannes – neppure tra i cortometraggi – e un’assenza che, per usare una metafora calcistica diventata virale, fa pensare a una nazionale rimasta fuori dal campo. Nessun titolo, insomma. E questa assenza internazionale ha acceso una miccia che rischia di deflagrare proprio durante la cerimonia più attesa dell’anno.

Il pressing di Gassmann e il rischio della diserzione

A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato, una settimana fa, Alessandro Gassmann. L’attore, che non è in corsa per la statuetta, si è rivolto ai suoi settecentomila follower su Instagram con un messaggio tanto secco quanto meditato: “Sarebbe un segnale forte non partecipare – ha scritto – e penso davvero che ci sia poco da festeggiare”. Non si è limitato a una generica invettiva, ma ha elencato con precisione chi, secondo lui, avrebbe motivo di protestare: macchinisti, elettricisti, sarte, parrucchieri, truccatori, runners, attrezzisti, trasportatori, personale di produzione e stunts. Tutti coloro, cioè, che convivono con stipendi medio-bassi e senza alcuna certezza di continuità lavorativa. Il suo ragionamento, che ha trovato ampia eco tra i colleghi, ha finito per spostare l’attenzione dal tappeto rosso alla precarietà diffusa di un intero comparto.

Castellitto e la “congregazione” da demolire

Se Gassmann ha agitato lo spettro del boicottaggio, Sergio Castellitto ha scelto una provocazione più radicale. “Bisognerebbe demolire la congregazione dei David di donatello”, ha dichiarato in un’intervista, e la battuta – che molti hanno voluto interpretare come un eccesso retorico – è in realtà il sintomo di un disagio profondo. Il suo attacco non è casuale: arriva mentre il cinema italiano arranca tra finanziamenti discussi, marginalità nei grandi festival e una crisi industriale che nessuno sembra più in grado di arginare. Non si tratta di invidia per i colleghi candidati, ma di una sfiducia quasi strutturale verso un sistema che, a suo dire, premia sempre le stesse logiche di potere. Valeria Golino, dal canto suo, ha scelto una strada diversa proponendosi come portavoce delle istanze dei lavoratori, un tentativo di mediare tra la protesta di piazza e le sale dorate della premiazione.

La protesta “Siamo ai titoli di coda” e il doppio appuntamento al quirinale

Il fronte del malcontento si è dato un nome eloquente: “Siamo ai titoli di coda”. Si tratta di una mobilitazione spontanea, promossa da lavoratori dello spettacolo che vedono nel taglio dei finanziamenti pubblici una minaccia concreta per le produzioni indipendenti, le prime a finire in ginocchio quando le risorse scarseggiano. L’idea, ormai condivisa da molti, sarebbe quella di saltare non una ma due tappe: il tradizionale incontro con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, previsto per il 5 maggio al Quirinale, e la cerimonia del giorno seguente a Cinecittà. Un doppio gesto di assenza che, se realizzato, trasformerebbe i David in una passerella vuota. La domanda che circola tra gli addetti ai lavori è semplice: chi avrà il coraggio di rinunciare a un premio per il quale si è candidati? Per ora nessuno ha sciolto le riserve, ma la tensione è palpabile.

Un disagio che viene da lontano

Non è solo la rabbia del momento, quella che anima le contestazioni. È un malessere accumulato negli anni, fatto di stipendi da fame e contratti a progetto, di attese infinite tra un film e l’altro. I David di donatello, nella loro veste più istituzionale, rischiano così di diventare il bersaglio perfetto per una protesta che non chiede solo più soldi, ma anche una diversa visione culturale del cinema. Che ne sarà della serata del 6 maggio? Nessuno lo sa con certezza. Quel che è certo è che, tra un appello social e una dichiarazione ad effetto, il cinema italiano sta vivendo un autunno feroce in piena primavera. E non c’è statuetta, per quanto prestigiosa, che possa restituire la dignità a chi sul set ci lavora per dodici ore al giorno senza la garanzia di esserci anche il mese prossimo.

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