Il docufilm su Giulio Regeni senza fondi pubblici, il ministro Giuli sotto accusa alla Camera

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Sabato 11 aprile 2026, alle 10.30, la biblioteca Regeni di Colognola, alle porte di Bergamo, ospiterà un’iniziativa dal titolo “Narrare il lavoro attraverso la letteratura – Letture ad alta voce condivise”, un evento promosso dal Circolo dei Narratori che intende rendere omaggio al ricercatore italiano a dieci anni esatti dalla sua scomparsa, avvenuta al Cairo nel gennaio del 2016 dopo un sequestro, una tortura e infine un omicidio rimasti – nonostante il decennio trascorso – privi di un movente ufficiale e di un colpevole riconosciuto dalla giustizia egiziana.

Un contributo negato e le ragioni del ministero

Proprio mentre si organizzano queste commemorazioni sul territorio nazionale, emerge un contrasto netto tra la memoria civile e le scelte del governo in carica. Il docufilm “Giulio Regeni, tutto il male del mondo”, diretto da Simone Manetti e recentemente insignito del Nastro della Legalità 2026, aveva richiesto un finanziamento pubblico di 100 mila euro al ministero della Cultura (Mic), ma la risposta è stata negativa. Secondo la motivazione ufficiale fornita dal dicastero guidato da Alessandro Giuli, l’opera non risponderebbe ai criteri di qualità artistica richiesti dalla legge, né racconterebbe – stando ai parametri adottati dalla commissione – la realtà italiana. Un parere che il produttore Domenico Procacci, attraverso la sua Ganesh Produzioni insieme a Fandango, ha immediatamente respinto definendolo “una decisione politica”, aggiungendo una riflessione amara: “Non è il primo caso… se le intendiamo così”, per poi auspicare che la vicenda “non possa essere la battaglia di una sola parte”.

Tre interrogazioni parlamentari e l’accusa di censura

Il rifiuto del Mic ha rapidamente superato i confini della disputa tra produttori e burocrazia culturale, trasformandosi in un vero e proprio caso politico che ha trovato immediato sbocco alla Camera dei deputati. Partito democratico, Più Europa e Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) hanno depositato tre interrogazioni parlamentari indirizzate al ministro Giuli, chiedendo conto di una scelta che i firmatari non esitano a bollare come politica prima ancora che artistica. Le espressioni utilizzate nei documenti sono dure: qualcuno parla di una decisione che va “oltre la fantascienza”, mentre altri non nascondono il termine “censura”, sostenendo che negare il contributo equivalga a ostacolare una ricerca di verità ancora aperta su uno dei casi di cronaca nera e giudiziaria più dolorosi della storia italiana recente.

Il documentario premiato e il silenzio dell’Egitto

Il lungometraggio di Manetti ripercorre con accuratezza la vicenda del giovane ricercatore bergamasco, rapito in circostanze mai del tutto chiarite in una piazza del Cairo, torturato con metodi che le autopsie hanno descritto come atroci e infine ucciso proprio nel decimo anniversario della primavera araba che aveva sconvolto l’Egitto. Il regime di Abdel Fatah al-Sisi, ancora saldamente al potere, non ha mai fornito una versione ufficiale accettabile per la magistratura italiana, che continua a indagare su alti ufficiali dei servizi egiziani. Nonostante il Nastro della Legalità 2026 – un riconoscimento che di solito certifica l’alto valore civile e artistico di un’opera – il ministero della Cultura ha escluso il film dalla lista dei progetti ammessi ai contributi, alimentando il sospetto, avanzato dagli interroganti, che a pesare non sia stata la qualità del prodotto bensì la delicatezza del tema trattato.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.