L’opposizione iraniana contro Israele: "Le bombe non rovesciano il regime"
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Redazione Esteri
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La guerra tra Israele e Iran, che da una settimana infiamma il Medio Oriente, ha assunto contorni sempre più definiti, rivelando una strategia che va oltre la semplice neutralizzazione del programma nucleare avversario. Gli strikes israeliani, concentrati su diverse città iraniane, e le rappresaglie di Tehran, spesso mirate a Tel Aviv e Haifa, sembrano ormai seguire una logica più ampia: indebolire le fondamenta stesse della Repubblica islamica, al potere da 46 anni. Un obiettivo che, seppur non dichiarato apertamente, emerge con chiarezza dalle azioni sul campo e dalle parole di chi, come l’opposizione iraniana, guarda con preoccupazione a un conflitto che rischia di travolgere il Paese senza offrire alternative.
«Ho trascorso dieci anni in prigione, lontana dai miei figli, per aver difeso i diritti umani e la pace. Oggi siamo all’incrocio di due guerre: quella tra Israele e l’Iran, e quella del regime contro il suo popolo». Le parole di Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace nel 2023, risuonano come un monito. Attivista da anni incarcerata per le sue battaglie, Mohammadi ha più volte denunciato la repressione degli ayatollah, ma allo stesso tempo ha respinto l’idea che la democrazia possa essere imposta con le armi. «Credo fermamente che libertà e diritti non si conquistino con la violenza», ha scritto in un messaggio diffuso prima che le comunicazioni venissero interrotte. Un blackout digitale, quello imposto dalle autorità iraniane, che non è solo una misura di censura, ma un sintomo di un potere che, sentendosi minacciato, stringe la morsa su dissidenti e cittadini.
Intanto, dietro le quinte, si muovono anche altre dinamiche. Fonti vicine ai Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, parlano di divisioni interne, con una fazione che spingerebbe per un avvicinamento all’Europa nella speranza di un ricambio al vertice. «C’è chi vorrebbe negoziare per sostituire Khamenei», si dice in ambienti ben informati, sottolineando come un eventuale cambio di regime dipenda anche dalla condotta israeliana. Se Tel Aviv limitasse i raid a obiettivi strategici – scienziati nucleari e alte gerarchie clericali – evitando vittime civili, potrebbe accelerare una transizione già in atto. Ma è un calcolo rischioso, che ignora la complessità di un Paese dove il malcontento popolare, pur diffuso, non si è mai tradotto in un movimento capace di scalzare il potere.




