Salvini e l’abbraccio all'ambasciatore russo che brucia
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Redazione Interno
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L’immagine, diffusasi con rapidità sui social e nelle agenzie di stampa, ritrae un sorridente Matteo Salvini mentre stringe in un caloroso abbraccio l’ambasciatore russo in Italia, Alexei Paramonov. L’episodio, sebbene apparentemente confinato nell’ambito di un formale ricevimento diplomatico organizzato dall’ambasciata cinese a Roma per celebrare il 76° anniversario della Repubblica Popolare, ha immediatamente assunto i contorni di un caso politico di rilievo. La scena, catturata per l’occasione del 55° anniversario delle relazioni tra Italia e Cina, ha infatti catalizzato l’attenzione per la sua imbarazzante concomitanza con le manovre militari russe supervisionate da Vladimir Putin.
La reazione dell’opposizione non si è fatta attendere, con il Partito Democratico che ha bollato senza mezzi termini il gesto del leader leghista come «una vergogna», arrivando a definirlo, in toni ancor più accesi, una «quinta colonna di Putin». Le critiche si sono concentrate sull’inopportunità, se non sulla gravità, di una simile dimostrazione di affabilità verso il rappresentante di un governo i cui atti, in palese violazione del diritto internazionale, hanno portato a sanzioni e a un isolamento diplomatico pressoché universale. Un vicepremier, dunque, che sceglie di mostrarsi in quel modo, in quel preciso frangente storico.
Salvini, da parte sua, ha replicato con un secco e lapidario commento sui suoi profili social, scrivendo: «Preferisco una stretta di mano a uno sguardo rabbioso», rivendicando così una filosofia dell’apertura e del dialogo che, a suo dire, dovrebbe sempre prevalere. Una giustificazione che, però, suona come una dichiarazione di principio sganciata dal contesto concreto delle relazioni internazionali, un gesto istintivo che sembra ignorare deliberatamente il peso simbolico che un’immagine del genere inevitabilmente trasporta con sé.




