Omicidio Serena Mollicone, il racconto in aula sui depistaggi nella caserma
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Redazione Interno
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Davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Roma, il maresciallo Gaetano Evangelista ha ricostruito, con una testimonianza che ha il peso di un atto d’accusa, le pressioni subite per insabbiare le prime, scomode verità emerse sul caso dell’omicidio di Serena Mollicone. L’ufficiale, che nel 2004 assunse il comando della stazione dei carabinieri di Arce, racconta di aver redatto una dettagliata informativa dopo aver ricevuto segnalazioni che indicavano un possibile coinvolgimento di militari dell’Arma nella vicenda. Quel documento, frutto di una scrupolosa analisi degli elementi raccolti, indicava senza ambiguità la caserma di Arce come il luogo dove, nel 2001, la diciottenne sarebbe stata aggredita e uccisa, ed evidenziava una serie di anomalie e di atti che configurerebbero dei veri e propri depistaggi nelle indagini iniziali. La relazione, però, non seguì il suo corso naturale.
L'informativa "rimodulata" e le parti da tacere
Evangelista, la cui versione è stata resa nota oggi, 17 dicembre, ha spiegato di aver inviato il suo rapporto al colonnello Caprio, all’epoca comandante del Nucleo investigativo di Frosinone, organo competente per i reati di omicidio. La reazione del superiore, stando al racconto del maresciallo, non fu quella di approfondire quelle scottanti indicazioni, bensì di suggerirne una modifica sostanziale. Caprio, infatti, gli avrebbe restituito il documento consigliando di “rimodularlo”, operazione che, nel linguaggio pratico descritto in aula, significava una cosa ben precisa: eliminare le parti salienti che riguardavano il suo predecessore, Franco Mottola, e altri militari. Una richiesta, questa, che suona come un tentativo di deviare il corso della giustizia, di mettere un velo su circostanze che avrebbero potuto condurre troppo presto e troppo vicino a chi indossava la stessa divisa.
La scelta di non obbedire e la verità nel documento
Il maresciallo Evangelista, tuttavia, non assecondò quella indicazione, scegliendo di non tagliare le pagine più compromettenti della sua relazione. Quelle pagine che, oggi, costituiscono un tassello fondamentale nel processo d’appello bis, il nuovo giudizio ordinato dalla Cassazione dopo l’annullamento della precedente sentenza di assoluzione. La sua testimonianza, dunque, non si limita a confermare l’esistenza di depistaggi, ma ne delinea anche la dinamica, suggerendo che le pressioni per occultare la verità provenissero dai vertici investigativi stessi. Una ricostruzione che getta una luce inquietante sulle prime fasi delle indagini, segnate da omertà e da una condotta che appare in netto contrasto con il dovere istituzionale di perseguire i colpevoli, a prescindere dalla loro divisa o dal loro ruolo.
Le dichiarazioni dell'ex comandante e un processo lungo vent'anni
In netto contrasto con questa versione dei fatti si pongono le parole di Franco Mottola, l’ex comandante della caserma di Arce, il quale, nello stesso processo, ha scelto di fare dichiarazioni spontanee per ribadire con forza la propria innocenza e quella degli altri imputati. “Sono e siamo innocenti di quanto siamo accusati da moltissimi anni”, ha affermato, definendosi e definendo i suoi colleghi come perseguitati da due decenni. Un processo, quello per la morte di Serena Mollicone, che continua a riaprire ferite mai sanate, oscillando tra verità giudiziarie che si annullano a vicenda e la tenace ricerca di una giustizia che, dopo tanto tempo, fatica ancora a trovare un punto di approdo definitivo.




