La primavera sulle Alpi, il richiamo della neve e la tragedia annunciata della val Ridanna
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Redazione Interno
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Siamo giunti a ridosso della Pasqua, il calendario segna il 5 aprile e, nonostante l’avanzare della stagione, gli esperti meteo assicurano che neve e freddo non mancheranno sulle nostre montagne. Una prospettiva che, per gli amanti dello scialpinismo, suona come un richiamo irresistibile: l’occasione per godere di un manto nevoso che, contrariamente a quanto si possa pensare, vive in primavera una delle sue fasi più affascinanti. Alex Barattin, guida esperta e figura di spicco della direzione nazionale del Soccorso Alpino, lo spiega con chiarezza: la primavera è storicamente il periodo più indicato per sciare fuori pista, proprio perché il manto nevoso, ormai stabilizzato, si presenta naturalmente più coeso e meno soggetto ai repentini cambiamenti dell’inverno. Tuttavia, come spesso accade in montagna, il confine tra una gita rigenerante e la tragedia è sottile, e il recente dramma in val Ridanna ne è la conferma più dolorosa.
Il bilancio che si aggrava dopo la slavina su Cima d’Incendio
Era stata una mattinata di sole quella di sabato, quando venticinque scialpinisti si sono ritrovati sul pendio che si affaccia su Cima d’Incendio, nel territorio di Racines in val Ridanna. La quiete è stata spezzata poco dopo le undici e quaranta, quando una massa di neve si è staccata a duemilaquattrocentoquarantacinque metri di quota, travolgendoli. Le operazioni di soccorso, scattate immediatamente, hanno mobilitato un imponente dispiegamento di mezzi: gli elicotteri del Soccorso Alpino, gli uomini dell’Alpenverein, le unità cinofile della Guardia di Finanza e i vigili del fuoco della zona hanno battuto palmo a palmo l’area della slavina. Il primo bilancio parlava di due vittime e cinque feriti, ma nelle ore successive la situazione è precipitata.
Laura Santino, una psicologa di ventisei anni originaria di Gavardo ma residente a Vestone, in provincia di Brescia, si trovava lì in compagnia del marito – che fortunatamente è rimasto illeso. Ricoverata in gravissime condizioni all’ospedale di Innsbruck, la giovane non ce l’ha fatta. La notizia del suo decesso, avvenuto nella notte, ha portato il numero delle vittime a tre, mentre restano cinque i feriti, di cui alcuni in condizioni critiche. Tra gli scialpinisti coinvolti, la maggior parte è stata sfiorata dalle masse nevose senza subire conseguenze fisiche, ma il dato che emerge è quello di un gruppo numeroso e, a quanto pare, particolarmente esposto in una zona che, sebbene suggestiva, nascondeva insidie letali.
L’inganno della stabilità primaverile e i consigli del Soccorso Alpino
C’è un paradosso, nella cultura dell’escursionismo primaverile, che la cronaca di questi giorni mette in crudele evidenza. Se da un lato, come sottolinea Barattin, la primavera offre una neve più stabile e coesa – fattore che storicamente la rende la stagione prediletta per le uscite in sicurezza – dall’altro lato non bisogna mai dimenticare la natura mutevole del manto. «Lo sci ad aprile?», si chiedono al Soccorso Alpino nazionale, e la risposta è un monito che non lascia spazio a sottovalutazioni: la neve è composta da strati che in primavera si trasformano più velocemente. Il calore del sole, l’alternanza tra gelo notturno e disgelo diurno, modificano la struttura della neve in poche ore, rendendola imprevedibile.
Per questo motivo, prima di mettere piede fuori dai tracciati battuti, gli esperti raccomandano una prassi che dovrebbe essere ferrea: consultare i bollettini meteo e valanghe, certo, ma anche – e forse soprattutto – chiedere consiglio a chi vive quei luoghi, i valligiani, che conoscono i pendii, le esposizioni e le zone più critiche. È un appello alla prudenza che si rinnova a ogni incidente, ma che in queste settimane, con l’avvicinarsi delle festività pasquali e la previsione di temperature ideali per l’alta quota, acquista un peso ancora maggiore.
Un’inchiesta tra i pendii e il cordoglio per la giovane psicologa
Le indagini per ricostruire con esattezza la dinamica dell’accaduto sono affidate agli inquirenti che, insieme ai tecnici del Soccorso Alpino, stanno analizzando la conformazione del pendio del Tallone Grande, il punto esatto in cui si è staccata la slavina. Si cerca di capire se il distacco sia avvenuto in modo spontaneo, a causa del repentino aumento delle temperature o dell’instabilità degli strati sottostanti, oppure se sia stato innescato dal passaggio stesso dei venticinque scialpinisti. Quello che è certo è che la valanga ha investito un gruppo che, per dimensioni, rappresentava un’eccezione rispetto alla consueta frequentazione di quelle zone, solitamente battute da piccole cordate.
Nel frattempo, il ricordo di Laura Santino si accompagna al cordoglio per le altre due vittime, i cui nomi non sono stati ancora resi noti. La giovane psicologa, originaria della zona bresciana, era riuscita a costruirsi una vita tra la professione e la passione per la montagna, una passione che condivideva con il marito e che l’ha portata a percorrere quei sentieri bianchi. La comunità della Val Ridanna, sotto choc per l’accaduto, cerca di elaborare il lutto mentre proseguono le operazioni di recupero dei mezzi e le verifiche sulla sicurezza dei versanti ancora innevati. In un momento in cui le previsioni favorevoli spingono molti a preparare gli sci per l’ultima uscita stagionale, la tragedia di Racines rappresenta un avvertimento severo: la montagna, anche nella sua apparente dolcezza primaverile, non smette mai di essere un ambiente estremo, dove la preparazione e l’umiltà restano gli unici alleati possibili.




