Trump: «L’Italia non c’era quando avevamo bisogno». E sul Medioriente spunta la risposta dell’Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una telefonata al «Corriere della Sera», poche parole che pesano come un macigno nei rapporti tra Roma e Washington. Donald Trump, tornato a occuparsi dell’Italia a distanza di mesi dalla sua nuova affermazione elettorale – ormai più di un anno fa, tanto che la sua rielezione non costituisce più una novità per nessun osservatore –, ha scelto un tono asciutto e insieme pungente per commentare l’atteggiamento del nostro Paese. «L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei», ha detto il presidente americano alla giornalista Viviana Mazza, facendo esplicito riferimento alla visita romana del suo segretario di Stato, Marco Rubio. Una visita, quella di Rubio, che avrebbe dovuta servire a rinsaldare un’alleanza, ma che pare invece aver riacceso antiche incomprensioni. Trump ha rivendicato la propria vicinanza all’Italia, sottolineando – quasi con una punta di risentimento – che lui e gli Stati Uniti ci sono sempre stati per il nostro Paese. Dall’altra parte del telefono, nessuna replica ufficiale dalla Farnesina, almeno per il momento.

Il nodo militare e lo spostamento di truppe

Più che un semplice sfogo, le dichiarazioni di Trump contengono un elemento concreto, sebbene ancora avvolto nella nebbia della valutazione politica. «Stiamo valutando» uno spostamento di truppe, ha aggiunto il presidente, senza però specificare direzione, entità o tempistiche dell’eventuale ridispiegamento. Una formula, questa, che negli ultimi decenni ha spesso preceduto cambiamenti significativi negli equilibri strategici statunitensi, soprattutto in aree calde come il Medioriente o l’Europa orientale. Che il riferimento fosse all’Italia – Paese che ospita basi come quella di Aviano e Sigonella, punti nevralgici per la proiezione americana nel Mediterraneo – appare scontato, data la premessa critica verso Roma. Resta da capire se si tratti di una pressione diplomatica, di un avvertimento a un alleato giudato poco reattivo, oppure dell’annuncio di un vero ripensamento logistico.

Il canale qatariota e l’attesa per la risposta di Teheran

Mentre Trump parlava di Italia, altri attori si muovevano su un tavolo molto più caldo: quello iraniano. Secondo quanto riferito da Axios, il segretario di Stato Rubio e l’inviato speciale della Casa Bianca, Steve Witkoff, hanno incontrato a Miami il premier del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman al-Thani. Un colloquio – preceduto da un altro alla Casa Bianca con il vicepresidente JD Vance – che si inserisce a pieno titolo negli «sforzi per raggiungere un accordo sulla chiusura del conflitto in Iran». Il termine «chiusura» è rivelatore: non una tregua, non una pausa, ma un’uscita dal conflitto. The Atlantic, del resto, descrive un Trump «stanco della guerra», un presidente che avrebbe sottovalutato la complessità e la durata di uno scontro rivelatosi ben più duro del previsto. Lo stesso Trump ha fissato una scadenza precisa: «Mi aspetto una risposta ufficiale da Teheran questa notte». Una dichiarazione che trasforma l’attesa in un appuntamento quasi drammatico, con l’orologio che corre verso un sì o un no capace di orientare le prossime settimane.

All’Onu la partita sullo Stretto di Hormuz

Nel frattempo, a New York, gli Stati Uniti hanno rimesso mano alla proposta di risoluzione sullo Stretto di Hormuz. Un documento, spiegano le agenzie, che chiede all’Iran di interrompere qualsiasi attività di minamento – ma più in generale gli attacchi – in una delle rotte marittime più strategiche del pianeta. La bozza aggiornata presenta una modifica sostanziale: è stata rimossa ogni invocazione diretta al Capitolo VII della Carta ONU, quello che autorizzerebbe sanzioni economiche o addirittura azioni militari. Una concessione, questa, pensata per evitare l’ennesimo veto incrociato di Cina e Russia, entrambe storicamente inclini a proteggere Teheran in Consiglio di Sicurezza. Senza quella clausola, però, la risoluzione rischia di apparire ai più come un atto meramente simbolico. E Trump lo sa bene, lui che non vuole rimanere «impantanato in un conflitto in Medioriente» – a imitazione di alcuni suoi predecessori – né tantomeno vedere compromesso «l’importantissimo vertice della prossima settimana in Cina». Un vertice che, nelle sue intenzioni, dovrebbe suggellare una nuova fase delle relazioni con Pechino, magari proprio mentre l’Iran smette di bruciare.

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