Selvazzano Dentro, la morte del ventiduenne schiacciato dal macchinario e il collega ferito mentre prova a salvarlo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Erano da poco passate le otto di lunedì mattina quando, all’interno del capannone della ditta Boldrin a Caselle di Selvazzano, frazione del comune di Selvazzano Dentro nel Padovano, un giovane operaio di appena ventidue anni, originario del Senegal e residente a Padova, ha perso la vita in circostanze che le autorità stanno cercando di ricostruire con precisione. La dinamica dell’incidente, ancora al vaglio dei carabinieri intervenuti sul posto insieme ai sanitari del Suem 118, sembra ricondurre a una manovra di manutenzione ordinaria. Stando a una prima e parziale ricostruzione, il ragazzo, addetto al taglio delle lamiere, si sarebbe accorto di una carenza di fluido lubrificante all’interno del macchinario utilizzato per lo srotolamento e il taglio a cesoia del metallo. Nel tentativo di effettuare il rabbocco, il suo Corpo è rimasto incastrato all’interno di un cilindro dell’impianto: le lesioni riportate sono state tali da non lasciargli scampo, provocandone la morte sul colpo.

Sul luogo della tragedia, oltre ai rilievi effettuati dall’Arma, è intervenuto tempestivamente il personale dello Spisal, il servizio di prevenzione e igiene negli ambienti di lavoro dell’Azienda sanitaria, con il compito di accertare la sussistenza delle condizioni di sicurezza e di verificare se le procedure adottate fossero conformi alle normative vigenti. A rendere ancora più drammatico il quadro, la sorte toccata a un collega della vittima: un operaio che, assistito alla scena, si è lanciato in un tentativo di soccorso disperato per liberare il ventiduenne, rimanendo a sua volta ferito. L’uomo ha riportato un trauma alla mano destra, ma le sue condizioni non destano preoccupazione.

La voce dei sindacati non si è fatta attendere, e nel commentare l’ennesima morte bianca che colpisce il territorio veneto, le dichiarazioni raccolte tra i rappresentanti delle sigle confederali sottolineano l’amarezza per un evento considerato, a prima vista, come il frutto di un errore procedurale tanto grave quanto, secondo loro, evitabile. Per la Uil Veneto, attraverso le parole del segretario Roberto Toigo, emerge la considerazione che il susseguirsi di infortuni mortali non conosce soste, e che l’insieme delle misure adottate finora – dai protocolli alla formazione, fino alle campagne di sensibilizzazione – sembra non riuscire a invertire una tendenza che continua a mietere vittime. Sul versante della Cgil di Padova, i segretari Gianluca Badoer e Marco Galtarossa hanno parlato di “errore procedurale gravissimo”, sottolineando come l’intervento su un impianto in movimento rappresenti la negazione stessa di quella cultura della sicurezza che dovrebbe essere alla base dell’attività lavorativa.

L’inchiesta sulla dinamica e il peso dei numeri nell’area padovana

Sul tavolo degli inquirenti, in queste ore, ci sono le risultanze dei sopralluoghi effettuati all’interno dello stabilimento di via Marconi. I tecnici dello Spisal, insieme ai militari, stanno cercando di stabilire con esattezza se la macchina su cui stava operando il giovane fosse spenta o in movimento al momento del rabbocco, un dettaglio cruciale per comprendere la portata delle eventuali violazioni delle norme di sicurezza. L’azienda, specializzata nella lavorazione dei metalli, è al momento al centro di un’attività ispettiva che dovrà chiarire se esistano responsabilità in capo alla gestione della sicurezza. Il del ragazzo, nel frattempo, è stato trasferito all’Istituto di medicina legale di Padova, a disposizione dell’autorità giudiziaria che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo.

Questo ennesimo infortunio si inserisce in un quadro statistico che, secondo le organizzazioni sindacali, sta assumendo i contorni di un’emergenza. Il territorio padovano, come ricordato dai rappresentanti della Cgil, si conferma purtroppo in cima a una classifica che nessuno vorrebbe guidare: con questo episodio, si arriva a quattro morti sul lavoro registrati nei soli primi tre mesi dell’anno in corso. Un dato, quello citato dai sindacalisti, che definisce l’area come “zona rossa” per il rischio di mortalità, un’etichetta che fotografa la difficoltà di un sistema produttivo nel quale, nonostante le campagne di prevenzione, la sequenza delle tragedie non accenna a interrompersi.

Le reazioni tra gli operatori del settore e la questione della sicurezza

La morte del giovane operaio, la cui identità era stata inizialmente tenuta riservata per poi emergere quella di Mbow Pape Mamour, ha scosso profondamente l’ambiente della working class padovana e non solo. Al di là delle iniziative investigative, il dibattito si è subito spostato sul tema della formazione e della dotazione organica degli enti preposti ai controlli. In una nota congiunta, i vertici della Cgil hanno sottolineato come senza un potenziamento delle risorse umane allo Spisal – dove la carenza di personale è cronica – diventi fattivamente impossibile garantire non solo l’attività repressiva a posteriori, ma soprattutto quella di prevenzione e di affiancamento alle imprese.

La vicenda, che ha visto il tentativo eroico ma vano del collega di salvare il ventiduenne, restituisce la crudezza di un rischio che, per quanto normato, continua a manifestarsi con violenza inaspettata all’interno dei luoghi di lavoro. Le indagini proseguono per accertare se il giovane avesse ricevuto una formazione adeguata per operare su quel tipo specifico di macchinario, un aspetto che spesso, in casi analoghi, si rivela centrale per la definizione delle responsabilità penali legate alla violazione delle disposizioni in materia di sicurezza.

Il racconto di una mattinata interrotta nel capannone di Caselle

Le prime luci dell’alba non avevano ancora lasciato spazio al sole pieno quando, all’interno del capannone, il giovane operaio aveva iniziato il suo turno. Originario del Senegal, residente a Padova da qualche anno, si trovava in Italia probabilmente con il sogno di costruirsi un futuro, un’esistenza stabile lontano dalle difficoltà del Paese d’origine. La sua giornata, come quella di tanti altri lavoratori immigrati che sostengono comparti fondamentali dell’economia veneta, si è interrotta bruscamente nel momento in cui, forse per un attimo di distrazione o forse per l’assenza di un blocco di sicurezza, il suo è rimasto incastrato tra gli ingranaggi di una macchina che non avrebbe mai dovuto azionarsi in fase di manutenzione.

A nulla è servita la prontezza di riflessi del collega che, accortosi dell’accaduto, ha cercato di estrarlo dalla morsa del cilindro, riportando nella concitazione del gesto la ferita alla mano. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco per mettere in sicurezza l’area e i sanitari del Suem, che non hanno potuto fare altro che constatare il decesso. Il capannone di via Marconi, per l’intera mattinata, è stato transennato per consentire gli accertamenti tecnici. Resta ora l’attesa per i risultati delle verifiche dello Spisal e per le eventuali conclusioni a cui arriverà la magistratura, mentre la famiglia della vittima, informata dell’accaduto, si prepara al rituale del rientro della salma, un viaggio che si consuma questa volta non per la ricerca di un’opportunità, ma per un ultimo salto verso le proprie origini.

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