Vertice Ue a Bruxelles, dopo la crisi groenlandese l'atmosfera è distesa ma vigile
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Redazione Esteri
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Si è aperto in un clima più disteso, seppur gravato da una diffidenza profonda, il vertice europeo a Bruxelles, la cui urgenza era stata drasticamente ridimensionata dalla improvvisa marcia indietro del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sui dazi minacciati. La consapevolezza di non dover più discutere, in quella sede, dei controdazi e dell'uso del cosiddetto "bazooka" commerciale anti-Usa – misure sulle quali i Ventisette avrebbero rischiato una pericolosa frammentazione – ha lasciato spazio a un bilancio dei giorni convulsi in cui l'Unione ha scampato il pericolo di uno scontro frontale con il suo storico alleato. Una de-escalation, quella annunciata da Washington, che l'Europa ha accettato, deponendo le armi retoriche e commerciali, ma che non cancella la percezione di una frattura ormai strutturale.
Una "nuova normalità" sempre più fragile
Il vertice straordinario, convocato in fretta e furia dopo l'aggressione verbale e tariffaria di Trump contro gli otto paesi intervenuti in sostegno della Groenlandia, ha perso dunque peso e mordente, venendo comunque tenuto in piedi come riflesso di quella che un diplomatico ha definito, non a torto, "la nuova normalità" delle relazioni transatlantiche. Relazioni che, è sotto gli occhi di tutti, non sono mai state così tese e così vicine al punto di rottura definitivo, un dato di fatto che impone continue riunioni d'emergenza. Lo stesso presidente americano, del resto, ha subito dopo riequilibrato il tono conciliante con nuove provocazioni, arrivando a suggerire, sul suo social Truth, di "mettere alla prova la Nato" invocando l'articolo 5 per contrastare l'immigrazione illegale al confine sud, una mossa che stravolgerebbe la natura difensiva dell'Alleanza Atlantica.
I lavori procedono tra formalità e bilanci amari
In questo contesto, i lavori del Consiglio sono proseguiti, come dimostrano le immagini dell'arrivo dei leader, catturate nelle consuete formalità dei salmi. La premier italiana Giorgia Meloni, giunta per la riunione informale, ha scambiato i rituali baci sulle guance con il collega spagnolo Sanchez, per poi intrattenersi in brevi colloqui con altri omologhi, come il belga De Wever e l'austriaco Stocker. Gesti di routine che, però, non nascondono la sostanza delle discussioni, incentrate sull'ammaro bilancio di una crisi solo apparentemente superata. Il presidente del governo spagnolo, Pedro Sanchez, ha colto l'occasione per ribadire, a margine dei lavori, una posizione condivisa da molti, affermando senza mezzi termini che gli Stati Uniti, con le loro azioni unilaterali, non rispettano il diritto internazionale, una accusa gravissima che fotografa lo stato del dialogo.
Le conseguenze di una crisi sistemica
La vicenda groenlandese, con il suo carico di minacce commerciali e di mobilitazioni militari, ha lasciato una scia profonda, accelerando processi di riarmo e di ridefinizione delle alleanze che sembravano impensabili solo pochi anni fa. L'Europa, che per ottant'anni ha considerato gli Stati Uniti il suo garante fondamentale, si trova oggi a dover calcolare ogni mossa in uno scenario di competizione strategica, dove le parole d'ordine sono autonomia e resilienza. La decisione di Trump di ritirare l'invito al premier canadese Mark Carney a partecipare al "Board of Peace" è solo l'ultimo, singolare episodio di un approccio volatile che rende qualsiasi tregua precaria e qualsiasi accordo temporaneo. La diffidenza reciproca, ormai, è l'unico elemento certo di una partita i cui esiti restano del tutto imprevedibili.




