Monaco, 200mila in piazza contro l'Iran. E Trump rilancia: «Cambio di regime sia»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre i leader mondiali si riunivano per la Conferenza sulla Sicurezza, le strade di Monaco di Baviera si riempivano di un'altra voce, ben più corale e assordante. Circa duecentomila persone, secondo le stime della polizia tedesca, hanno sfilato nel quartiere fieristico di Theresienwiese per gridare la propria opposizione al regime degli ayatollah, approfittando dei riflettori puntati sulla città bavarese per lanciare un messaggio nitido alla comunità internazionale -6. Una mobilitazione imponente, quella del quattordici febbraio, che ha visto sventolare migliaia di bandiere verde, bianche e rosse con il leone e il sole, l'emblema della monarchia spazzata via dalla rivoluzione del 1979, e che ha travalicato i confini tedeschi per diventare un'ondata globale -1.

Al centro di questa marea umana, in cui molti manifestanti esponevano orgogliosamente il suo ritratto, c'era Reza Pahlavi, il figlio dell'ultimo scià, esule da quarantasette anni e da tempo impegnato nel tentativo di proporsi come guida per un'opposizione che appare tuttavia frammentata al suo interno -6. Pahlavi, intervenuto sia alla conferenza sia davanti alla folla, ha parlato di «battaglia finale», assumendosi l'impegno, per sua stessa ammissione, di «guidare una transizione» verso un futuro laico e democratico, al termine della quale, ha precisato, sarebbero poi gli iraniani a decidere il proprio destino attraverso libere elezioni -1-9. Il principe esule, che pure non ha mai preso apertamente le distanze dal regime autoritario paterno e che conta critiche per il suo sostegno a Israele, ha rivolto un appello diretto a Donald Trump, chiedendo che gli Stati Uniti ascoltino le richieste di chi in patria subisce la repressione -1-6.

Le dichiarazioni del presidente americano, del resto, sono arrivate a gamba tesa nel clima già incandescente della giornata. Trump, parlando a poche ore dall'inizio della seconda giornata di lavori, ha definito il cambio di regime a Teheran come «la cosa migliore che possa accadere» -3. Un'uscita che ricalca la sua linea di massima pressione, corroborata dal dispiegamento di una seconda portaerei, la Gerald R. Ford, nel Medio Oriente, segnale di una potenza militare pronta all'uso qualora i negoziati sul nucleare, ripresi da poco con la mediazione dell'Oman e in agenda a Ginevra, dovessero fallire -3-10. Il tycoon, pur non indicando un nome specifico per un'eventuale successione alla guida dell'Iran, ha lasciato intendere che «ci sono persone» pronte a prendere in mano la situazione -8.

Le proteste, coordinate in quello che è stato definito un "Global Day of Action", non si sono limitate alla sola Monaco. Oltre duecentocinquantamila persone sono scese in strada a Toronto, mentre folte manifestazioni hanno animato Los Angeles, Amsterdam e Roma, per un totale che in oltre cinquanta città nel mondo ha visto la diaspora iraniana chiedere la fine della teocrazia -2. Cori come «cambio di regime» e «Pahlavi per l'Iran» hanno unito piazze lontane migliaia di chilometri, in un coro che ha cercato di dare voce a quanto accade all'interno dei confini della Repubblica islamica, dove il malcontento, emerso con forza alla fine di dicembre, è stato soffocato nel sangue -2-5. Secondo dati forniti da agenzie di attivisti, la repressione delle proteste di inizio gennaio avrebbe causato migliaia di vittime, sebbene il governo di Teheran abbia fornito numeri discordanti, parlando di 3117 morti a fronte delle stime delle associazioni che superano le settemila unità, con oltre cinquantatremila arresti -1-5. La folla a Monaco, tra canti e tamburi, ha sfilato anche con cappellini rossi che riportavano la scritta "Make Iran Great Again", chiara imitazione di quelli trumpiani, e ha visto la partecipazione del senatore repubblicano Lindsey Graham, salito sul palco per stringere il pugno davanti ai manifestanti -5.

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