Il fronte silenzioso degli iraniani in Italia tra speranze di cambiamento e l’incubo delle impiccagioni
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Redazione Interno
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Il tre marzo duemilaventisei, quarto giorno di un conflitto che tiene il mondo con il fiato sospeso, le strade di Roma sono tornate a riecheggiare del grido di una diaspora che non si rassegna. Un gruppo di iraniani, come accade ormai ogni martedì contro le esecuzioni capitali, ha scelto piazza Montecitorio come palcoscenico per la propria protesta, portando davanti al Parlamento italiano la richiesta di libertà per un paese che sembra sprofondato in un incubo senza fine. La manifestazione, che arriva all'indomani di un'altra iniziativa simile tenutasi a Milano presso l'ambasciata statunitense, testimonia una mobilitazione costante e determinata, alimentata dalle notizie che filtrano con il contagocce da Teheran e dalle province. La repressione seguita all'ultima ondata di proteste, infatti, si configura come la più cruenta dai tempi dell'instaurazione della Repubblica islamica, con un bilancio che le organizzazioni per la difesa dei diritti umani non esitano a definire una strage, stimando decine di migliaia tra morti e feriti.
L’appoggio all’amministrazione Trump e la richiesta di elezioni libere
Nel crogiolo di speranze e paure che anima la comunità iraniana all’estero, emerge anche una chiara e netta presa di posizione a favore dell’interventismo statunitense. Nei giorni scorsi, Ghazal Tiyam Rahimi, una studentessa iraniana che da tre anni vive a Novara per conseguire una seconda laurea in Biotecnologie mediche, ha raccontato il proprio sostegno all’amministrazione guidata da Donald Trump, tornato alla Casa Bianca. Rahimi ha partecipato a un sit-in davanti alla rappresentanza diplomatica americana a Milano, spiegando come, nonostante il bombardamento in corso e i tre giorni di silenzio forzato della sua famiglia a causa dell’interruzione della linea internet e della linea telefonica, la sua posizione sia dalla parte degli Stati Uniti. "Siamo con gli Usa e vogliamo le elezioni libere", ha dichiarato la giovane, interpretando un sentimento diffuso in una parte della diaspora che vede nell'alleanza con Washington l'unica leva possibile per scardinare un sistema teocratico ormai morente, ma ancora letale.
La macchina della repressione giudiziaria e le condanne a morte
Mentre la comunità internazionale osserva, all'interno dei confini iraniani la macchina del regime continua a macinare vendetta, spostando la violenza dalle strade alle aule di tribunale. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano un'accelerazione senza precedenti dei processi, molti dei quali celebrati in collegamento video e trasmessi dalla televisione di Stato, con imputati che confessano sotto tortura e avvocati d'ufficio che spesso non aprono bocca in loro difesa. Sono almeno ventisei i manifestanti già condannati a morte nei processi di primo grado, ma il numero di quanti rischiano la pena capitale è di gran lunga superiore, con migliaia di rinvii a giudizio emessi nelle ultime settimane. Secondo il Centro per i Diritti Umani in Iran, oltre cinquantatremila persone sono state arrestate dall'inizio delle rivolte, tra cui centinaia di minori, e molti di loro sono detenuti in isolamento e in comunicazione di reato, senza poter comunicare con le proprie famiglie né avere accesso a un legale di fiducia.
L'efferatezza del sistema giudiziario si manifesta con particolare accanimento nelle province, dove le esecuzioni – circa cinquecento solo dall'inizio dell'anno, stando alle fonti citate dai manifestanti – avvengono solitamente il mercoledì, alimentando la ritualità della protesta del martedì. L'opposizione in esilio parla di numeri da brivido: solo nel mese di Bahman, che corrisponde grosso modo al nostro febbraio, sarebbero state eseguite trecentocinquantatré impiccagioni, un dato quasi cinque volte superiore a quello dello stesso periodo dell'anno precedente, a dimostrazione di come il regime utilizzi il patibolo come strumento di terrore di massa per scoraggiare qualsiasi ulteriore forma di dissenso.
Le manifestazioni globali e la risposta dell'occidente
Oltre i confini italiani, il movimento di solidarietà con il popolo iraniano ha assunto dimensioni imponenti. Oltre un milione di persone sono scese in piazza in varie città del mondo, da Toronto a Los Angeles, da Monaco di Baviera a Bruxelles, rispondendo agli appelli lanciati dal principe ereditario in esilio Reza Pahlavi. In Germania, duecentocinquantamila persone hanno riempito il Theresienwiese di Monaco, sventolando bandiere con il sole e il leone, l'antico simbolo nazionale prima della rivoluzione del '79. In Canada, alti funzionari governativi hanno preso la parola davanti alla folla, mentre gli Stati Uniti, attraverso i propri negoziatori, valutano l'ipotesi di un accordo complessivo con Teheran, sebbene le prospettive siano giudicate "difficili, se non impossibili", mentre il Pentagono prepara piani contingenti per un'operazione militare di settimane. E mentre l'ambasciata americana a Roma mette in guardia i propri cittadini da possibili contromanifestazioni in programma proprio davanti alla sua sede, il destino dell'Iran resta appeso a quel filo sottile che separa la speranza di un cambiamento dal baratro di una repressione sempre più feroce.




