L’apnea di Teheran: tra tregue armate e il silenzio delle impiccagioni
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Redazione Esteri
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Il confine tra la tregua e la resa, in Medio Oriente, è da sempre labile, ma mai come in queste settimane – a fronte di un conflitto che ha ormai superato il mese di durata, contro ogni pronostico iniziale – questo confine sembra essersi trasformato in una zona grigia fatta di blocchi navali, ultimatum verbali e un silenzio stampa assordante sulla sorte dei civili. L’Iran, contrariamente a quanto forse sperato da chi quel conflitto l’ha scatenato, ha dimostrato una resilienza tutt’altro che marginale, centrando basi strategiche nella penisola arabica e costringendo l’amministrazione Trump a un gioco a “palla lunga” che i falchi di Washington difficilmente avevano messo in conto. Eppure, a fare le spese di questa partita a scacchi tra superpotenze è, come sempre, la popolazione iraniana, la quale – ci raccontano le cronache più recenti – vive una condizione di apnea prolungata, sospesa tra la paura di un’escalation totale e il terrore, ben più concreto, della repressione interna.
L’abbraccio soffocante dello Stretto di Hormuz
Mentre Donald Trump, ormai stabilmente alla Casa Bianca da oltre un anno, gioca la carta della diplomazia muscolare inviando il vicepresidente Vance a Islamabad, il regime degli ayatollah risponde chiudendo di fatto il rubinetto del petrolio, o meglio, imponendo un “pedaggio” pesantissimo alle petroliere che osano attraversare lo Stretto di Hormuz. Una mossa, quella di Teheran, che appare disperata ma calcolata: se le infrastrutture nucleari sono state danneggiate e l’economia è in ginocchio (con un’inflazione galoppante e un rial svalutato), lo Stretto rappresenta l’ultima leva strategica per tenere il mondo in ostaggio. Le parole del presidente iraniano, che accusa Washington di violare il cessate il fuoco con un blocco “criminale”, trovano in questa dinamica una eco perversa: entrambe le parti si accusano di volere la pace, mentre i fatti raccontano di una guerra logistica senza esclusione di colpi.
La dittatura delle impiccagioni e la solitudine dei giovani
A rendere il quadro ancora più fosco, se possibile, è ciò che accade lontano dalle telecamere e dai riflettori del confronto missilistico. L’attivista Pegah Moshir Pour, classe 1990, iraniana di nascita ma italiana d’adozione, offre una testimonianza cruda e lucida di questa dissonanza: fuori si parla di tregue e negoziati mediati da Pakistan e Cina, ma dentro le carceri si continua a impiccare. “Ogni giorno vengono giustiziati almeno due o tre ragazzi”, racconta, specificando che le vittime hanno quasi sempre un’età compresa tra i 18 e i 24 anni. Una ferocia che non si vedeva dal lontano 1989, e che il regime sta accelerando, forse per tacitare definitivamente il movimento di protesta nato dalle ceneri della crisi economica di fine 2025. La popolazione, come sottolinea Moshir Pour, è stata lasciata sola; il dei Basij (la milizia paramilitare) scende in piazza a festeggiare la tregua armata, mentre la società civile trattiene il fiato, consapevole che la fine dei bombardamenti non porterà la libertà, ma probabilmente una repressione ancora più legittimata e violenta.
Un paese giovane sotto il giogo di una teocrazia militare
Per comprendere la profondità della crisi, forse, è necessario uscire per un momento dall’angusto recinto della geopolitica e guardare ai numeri della demografia. L’Iran, nonostante l’immagine di chiusura integralista, è un paese giovanissimo e istruito, dove le ragazze riempiono le facoltà di ingegneria e medicina, spinte dal desiderio di riscatto e, talvolta, dalla necessità di costruirsi un “passaporto” tecnologico per lasciare il paese. Ed è proprio questa società civile – mai domata nonostante decenni di soffocamento – a rappresentare il vero tallone d’Achille del regime. Il sogno del “regime change” auspicato da alcuni ambienti occidentali è finito in soffitta, schiacciato dal realismo di chi sa che la Guardia Rivoluzionaria (IRGC) ha tutto l’interesse a perpetuare lo stato di crisi per legittimare il proprio potere. Ne è nato, di fatto, un regime militare camuffato da teocrazia, dove la lotta per la sopravvivenza politica del nuovo corso dinastico – dopo la morte del precedente leader – passa per il sangue dei manifestanti e il silenzio delle comunicazioni, con Internet ancora oscurato o severamente limitato.
La voce di chi resta e l’oblio occidentale
A differenza di quanto accaduto per Gaza, dove la mobilitazione della Generazione Z è stata immediata e visibile, il dramma iraniano fatica a farsi strada nella coscienza collettiva globale. Pegah Moshir Pour, autrice del saggio “Teheran: il fascino millenario e l’inquietudine contemporanea” (Paesi edizioni, 2025), prova a rompere questo muro di gomma, restituendo dignità letteraria al privato degli iraniani – quel privato che, in un paese a controllo totale, diventa inevitabilmente l’atto politico più sovversivo. Mentre i media occidentali si accapigliano sulla riapertura dello Stretto o sull’ultimo tweet minatorio di Trump (che promette di “distruggere tutte le centrali energetiche” in caso di mancato accordo), migliaia di famiglie continuano a fare i conti con i corpi restituiti dai depositi giudiziari o con i figli scomparsi nel nulla. Una contraddizione, questa, che rischia di costare cara all’idea stessa di Occidente: il timore di fare un favore all’America di Trump, o di alimentare la macchina bellica israeliana, ha paralizzato l’azione diplomatica europea, lasciando l’Iran in balia di se stesso. E mentre il regime e i suoi oppositori esterni si scambiano accuse su “crimini di guerra” e violazioni del diritto internazionale, la vita – quella vera, fatta di sogni e capelli scoperti – scorre sotterranea, in attesa di una primavera che tarda a venire.




