Iran, i colloqui in stallo e la protesta a Tel Aviv: l’ombra della guerra si allunga sul cessate il fuoco

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sabato sera, a Tel Aviv, centinaia di israeliani sono scesi in piazza per protestare contro l’esecutivo, mentre sullo sfondo i colloqui per un cessate il fuoco con Teheran — mediati dagli Stati Uniti e dal Pakistan — sembrano vacillare in modo preoccupante. La finestra di dialogo, apertasi dopo le ostilità dello scorso febbraio, rischia dunque di chiudersi bruscamente: il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha infatti annullato il viaggio di due suoi inviati (tra cui si facevano i nomi di Witkoff e Kushner) destinati a Islamabad, dove avrebbero dovuto incontrare i mediatori e i rappresentanti iraniani. “Possono chiamarci, abbiamo le carte in mano”, ha dichiarato Trump in un’intervista, lamentando al contempo una certa “confusione sulla leadership a Teheran” per giustificare la brusca frenata diplomatica.

Israele alza il tiro contro Hezbollah

Mentre la diplomazia arranca, sul terreno la tensione rimane altissima. Israele, che da settimane osserva con attenzione i movimenti sulla frontiera nord, ha dichiarato ufficialmente che attaccherà “con forza” gli obiettivi di Hezbollah, una posizione, quest’ultima, che rischia di mettere ulteriormente alla prova la già fragile tregua con il Libano. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha ordinato alle Forze di Difesa di colpire le infrastrutture del gruppo sciita in risposta al lancio di razzi e droni dal Libano, violazioni che Israele definisce “flagranti” degli accordi in essere. La situazione, dunque, precipita in una spirale di attacchi e rappresaglie che rende sempre più remota l’ipotesi di una stabilizzazione immediata del fronte settentrionale.

La linea dura di Teheran e l’esecuzione nella provincia del Sistan

Dal canto suo, Teheran non mostra alcuna intenzione di cedere alle pressioni. I negoziati, nonostante un nuovo documento presentato da una delle parti, stentano a ripartire e l’Amministrazione Trump ha preferito congelare la missione dei propri inviati in Pakistan. In parallelo, la Repubblica islamica ha mandato un segnale durissimo sul fronte interno: è stato messo a morte un uomo, Amer Ramesh, accusato di appartenere al gruppo militante sunnita Jaish al-Adl e di aver preso parte ad attacchi contro le forze di sicurezza nel sud-est del Paese. L’esecuzione, resa nota dal potere giudiziario tramite il sito Mizan, è avvenuta dopo un’operazione antiterrorismo nell’area di Pirsahrab, nella provincia del Sistan-Baluchistan, e testimonia la determinazione del regime a reprimere con la massima durezza qualsiasi opposizione armata durante la guerra in corso.

La diplomazia parallela di Araghchi tra Oman e Russia

Nonostante lo stallo con Washington, Teheran continua a tessere la sua tela diplomatica nella regione. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, dopo aver consegnato le osservazioni di Teheran alle autorità pakistane, si è imbarcato in un tour che lo ha portato prima a Muscat e poi, a breve, a Mosca. In Oman — che con il suo ruolo di mediatore storico sta cercando di colmare il vuoto lasciato dalla momentanea rinuncia americana — Araghchi ha sottolineato l’importanza dei rapporti con gli Stati del Golfo. “L’Iran continua a dare grande importanza ai suoi rapporti con gli Stati del Golfo Persico e rimane impegnato a rafforzare la fiducia reciproca e la cooperazione costruttiva”, ha scritto su X il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, a margine della visita. Un messaggio, questo, che mira a rassicurare i vicini del sud mentre la flotta “ombra” di Teheran subisce nuove fermate in mare per volere degli Stati Uniti.

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