Iran, il Nowruz tra missili e impiccagioni: la festa non ferma la guerra né la repressione
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Redazione Esteri
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Teheran si sveglia, questa mattina, con il fragore sordo di un’esplosione che per un attimo sovrasta il vociare del mercato di Tajrish. Samira, come tante altre, ha fatto presto per cercare le melanzane e i pomodori necessari a preparare le kotlet bademjam, quelle polpette di legumi e menta che stasera, a cena, sanciranno il rito del Nowruz. Il capodanno persiano, che celebra l’equinozio di primavera, scorre in questi giorni tra due piani narrativi opposti ma tragicamente compresenti: da un lato l’immagine stereotipata dei mercati affollati e delle famiglie riunite attorno al *sabzeh* (il germoglio di grano), dall’altro la realtà cruda di un paese sotto attacco da ventuno giorni e di un regime che, incurante della festa, non ha allentato di un millimetro la sua morsa.
La rappresaglia iraniana e il centraggio dell’F-35
Mentre i quartieri nord della capitale tentavano di imitare una parvenza di normalità, il fronte militare segnava l’ennesima escalation. Le forze armate iraniane hanno rivendicato un’operazione di successo contro un velivolo statunitense, un caccia F-35, che secondo la versione ufficiale diffusa da fonti locali sarebbe stato centrato nello spazio aereo di Teheran. Il presidente del parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha commentato l’evento con una frase destinata a fare il giro delle agenzie di stampa, parlando di un duro colpo inferto all’“arroganza americana”, retorica che da decenni rappresenta il collante ideologico della Repubblica Islamica. Ma gli scenari di conflitto non si limitano allo spazio aereo nazionale: le azioni di rappresaglia hanno raggiunto obiettivi in Kuwait, mentre raid provenienti dal territorio iraniano hanno colpito il centro di Israele, trasformando la regione in un poligono di fuoco dove le linee di faglia sembrano ormai dissolte. Le foto che arrivano dai mercati di Teheran, con le bancarelle ancora piene di frutta secca e pesce azzurro, raccontano così un’assurda coesistenza: quella tra l’acquisto delle uova per i dolci pasquali (ora che il Ramadan si è appena concluso) e il rombo degli intercettori in volo.
La domenica di sangue: impiccagioni e blackout digitali
A spezzare ulteriormente l’illusione di una tregua festiva ci hanno pensato le cronache giudiziarie e i bollettini dei diritti umani. Il regime, infatti, ha dato esecuzione a tre giovani detenuti in quello che appare come un tentativo di riaffermare il controllo interno mentre l’attenzione internazionale è distratta dai bombardamenti. Tra i giustiziati figura Saleh Mohammadi, un campione di wrestling di appena diciannove anni. La sua giovane età, e il fatto che fosse un atleta di rilievo nazionale, hanno conferito un alone di particolare ferocia a questa tornata di esecuzioni capitali. Questa streta non si manifesta solo nei luoghi chiusi delle prigioni, ma si respira quotidianamente nelle strade: i checkpoint restano presidiati dalle forze di sicurezza, mentre la censura digitale si fa sempre più soffocante. Il blackout di internet, ormai una tecnica collaudata dal governo, ha reso difficile per chi è rimasto in città scambiarsi gli auguri di *Eid al-Fitr* – la festa che segna la fine del digiuno – attraverso le piattaforme social, costringendo molti a riscoprire il contatto diretto, di vicinato. È così che il dolce, per la tavola di Samira, arriverà da una vicina di casa, colmando quel vuoto che il mercato non riesce a riempire a causa della penuria di alcuni ingredienti come il salmone, assente sugli scaffali da diverso tempo.
L’economia della guerra e il peso delle tradizioni
Sullo sfondo di questi eventi si staglia la difficile situazione economica, che quest’anno ha reso l’allestimento della *Haft-sin* (la tradizionale tavola dei sette elementi) un esercizio di adattamento per molte famiglie. L’intreccio tra la crisi finanziaria interna e la guerra in corso – quella combattuta con bombe e droni, ma anche quella sotterranea delle spie – ha alterato le catene di approvvigionamento. Se la madre di Samira si occupa del riso con verdure, notando con rammarico l’assenza del salmone che un tempo era il piatto forte del cenone, è perché l’embargo e le incursioni militari hanno ridisegnato anche le abitudini alimentari di una nazione che cerca disperatamente di aggrapparsi ai propri simboli di rinascita. Il fatto che il Ramadan sia terminato da pochissimo, facendo coincidere la fine del digiuno con le celebrazioni del Capodanno persiano, ha moltiplicato il significato religioso e culturale di queste giornate. Eppure, la repressione non conosce soste: le impiccagioni, le interruzioni della rete e i posti di blocco rappresentano il contraltare oscuro di quella ricerca di prosperità che le antiche tradizioni zoroastriane auspicano per il nuovo anno.




