Cecilia Sala e la prova della gru delle impiccagioni nel carcere di Evin

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Due bussate alla porta, un presentimento che si trasforma in realtà, poi l’improvviso buio di un cappuccio calato sulla testa. È così che ha inizio, il 19 dicembre scorso a Teheran, la detenzione della giornalista Cecilia Sala, un’esperienza che lei stessa descrive nel suo nuovo libro ‘I figli dell’odio?’ e in un’intervista al «Corriere della Sera». La sua ricostruzione, precisa e cruda, tratteggia un meccanismo di pressione psicologica studiato nei minimi dettagli, finalizzato a spezzare la volontà dell’individuo per estorcere confessioni.

«La consapevolezza di non avere nessun potere sul proprio destino», spiega la Sala, riflettendo su quel momento di totale spoliazione dell’identità, «è stata la cosa più terrificante. Comprendi di non contare più nulla, di essere completamente nelle mani di persone delle quali non ti puoi fidare, mentre l’unica speranza rimasta è che, da casa, qualcuno si stia dando da fare per te». La procedura di ingresso nel famigerato carcere di Evin, come viene raccontata, include una umiliante perquisizione corporale durante la quale le detenute sono obbligate a calpestare, sul pavimento sotto il metal detector, le bandiere americana e israeliana dipinte a terra, un gesto imposto che simboleggia la totale sottomissione e la rottura con il mondo esterno.

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